Recensioni

È tutto chiaro, scoperto. Il suo gioco è mettere a sistema la normalità, spingerla verso l’alto, estenderla, cospargerla di malinconie e sensibilità prefabbricate, curvarla quel po’ che basta a sbirciare in angoli più ombrosi o futuribili, ma tornare sempre nella zona confortevole, dove il ribollire delle pene d’amore è il terreno di coltura di ogni inquietudine e al tempo stesso la loro terapia.
In tutto questo, si badi bene, c’è una coerenza ferrea: la voce di Cremonini è del tutto priva di elementi caratterizzanti: si stende piana, inerte, senza provenienze né destinazione. Ed è voluto, congruo a una calligrafia che si muove tra le linee, bazzica il banale, ammicca sottigliezze e abbozza grandeur, a volte anche all’interno dello stesso pezzo. Lo senti passare in pochi istanti e con disinvoltura dalle lande della radiofonia sanremese a pronta presa al tentativo di imbastire massimi sistemi Coldplay in salsa emiliana, o se preferite da Elisa Toffoli a Mike Garson, da Luca Carboni ai Meduza. Così, perché nel più ci sta il meno, e poi nel dubbio tra poliedricità e mosaico algoritmico, che dire, va bene tutto.
Ribadisco e specifico: il gioco di Cesare Cremonini è implicito nella sua stessa voce, mai del tutto sua, sempre simile a qualcos’altro. Una voce qualunque al servizio di un talento notevole per l’organizzazione efficace del banale, per la padronanza di codici già ampiamente testati che gli consentono di mettere a punto earworm capaci di installarsi nelle playlist e da lì farsi strada nell’ascoltatore, conquistato dalla sensazione che quella semplicità così accessibile da sfiorare il facile, questa apoteosi del normale/banale, possa ambire a una qualche forma di grandezza, esaltarsi nell’espiazione delle problematiche esistenziali standard, sfiorare l’effervescenza estemporanea ma inebriante della gloria.
In questo ottavo disco i tratti distintivi della sua discografia precedente negoziano con le istanze contemporanee, fidando in ciò nella collaborazione (rinnovata) con Davide Petrella (aka Tropico), compositore e paroliere già all’opera tra gli altri per Mengoni, Michielin, Rkomi, Mahmood, Elodie, Coez, Fedez, The Kolors, Elisa e compagnia cantante. Tra i co-autori troviamo anche Elisa appunto, protagonista di uno dei duetti, come impone la prassi del featuring obbligatoria (a quanto pare) per questa tipologia di prodotti. Tra l’altro, e prevedibilmente, Aurore boreali – il pezzo cantato assieme a Toffoli – è la quintessenza del già udito, trepidazioni melodiche col navigatore e testo che fa strage di luoghi comuni (“E noi fuori pieni di luce/Io ti bacio/un bacio eterno/Sì ma chissà che che ci vuole/Per fermare questo dolore”), mentre Un’alba rosa – cantato in solo ma scritto assieme alla cantautrice di Monfalcone – raggiunge livelli di scivolosa aberrazione sulla scala Antonacci/Mengoni (“E poi camminare in punta di piedi, nei tuoi pensieri/Per non disturbare l’eterna bellezza dei tuoi desideri”) ma, questo è forse l’aspetto più deleterio, senza farsene realmente carico, prestando la voce – quella voce che non sai a chi appartenga – con trasporto trattenuto, epidermico. Ovvero: con mestiere.
Tuttavia, e a onor del vero, non va sempre così. La title track, ad esempio, è un art-glam curioso per non dire intrigante, piuttosto anomalo rispetto al perimetro del pop melodico, anche se fa venire il sospetto che imbocchi un solco già scavato – e portato catodicamente alle masse – dal buon Manuel Agnelli, di cui Cremonini sembra qui abbozzare una versione potabilizzata, nella quale la dose di assenzio viene per così dire diluita a lambrusco. Altro episodio interessante è Streaming, se non altro per come strizza l’occhio a certe evoluzioni ariose d’antan (quasi un bignami Manhattan Transfer) traslandole in un presente futuribile, con l’obiettivo di riflettere su certe dispersioni di senso nelle dinamiche relazionali contemporanee (“La distanza è tutto ciò che hai/Come l’arbitro in una partita/O forse è il mondo che gira senza un perché”).
Poco sopra ho usato un termine un po’ vetusto, “bignami”: lo so, è roba da boomer, ma non ne trovo uno migliore. Ed ecco che torno a utilizzarlo: se prendiamo la delicata e ammiccante Ragazze facili, viene appunto da pensare a un bignami del Brunori agrodolce, con una spolverata di scelleratezza fragrante Calcutta, riferimenti ravvisabili in modalità giocosa anche nella guizzante Limoni, ruffianata estiva fuori stagione (ma ci sta che qui si progetti sul lungo periodo) tutto sommato con più lode che infamia.
A questo punto una carta come Mike Garson – non servono presentazioni – è di quelle che potrebbe ribaltare il tavolo, ma Dark Room ahinoi serve al più da elemento d’arredo, col pianista newyorchese impegnato a tessere frasi ombrose e la potenziale spinta avant collassata da un Cremonini versione crooner che rasenta la macchietta e finisce addirittura per evocare l’ologramma-bignami (ci risiamo) di Fred Bongusto, senza raggiungerne va da sé metà dello charme.
Il punto è questo: il buon Cesare sa bene, credo, di non potersi permettere caratterizzazioni troppo intense, perciò legittimamente sceglie di (dis)impegnarsi in zona neutra, coi vocalizzi da stadio ad abbagliare la carenza di dettagli e la piattezza delle soluzioni (melodiche e liriche). In questo senso un partner come Luca Carboni sembra l’ideale, ma sembra soltanto: la semplicità disarmante di Carboni a suo tempo aveva almeno il merito di dare voce a una generazione disorientata, in bilico tra austerity ed edonismo, tra anni di piombo e riflusso. Invece l’ex-Lunapop, classe 1980, sembra non dare voce a niente in particolare, è scollegato, irrelato, connesso solo a una nostalgia di recupero, impegnato al più a digerire il proprio spaesamento e allontanare la crisi di mezza età (imminente). San Luca – il duetto con Carboni – parte bene, è una ballata che potrebbe raccontare tutto questo con dignità e passione, una roba tipo il cantautore felsineo boomer che passa il testimone al post-cantautore felsineo nel guado tra Gen X e Y: ma qualcosa s’inceppa, non sembra che ci sia molto da dire, da raccontare, e la nebbia in cui “quanti ragazzi si perdono” sembra solo la cortina fumogena oltre la quale i due non riescono (più) a vedere.
Senza andare troppo per le lunghe (già fatto), resta da dire di una Il mio cuore è già tuo carburata dai Meduza che nutre il bisogno di pop-dance ipercromatico (qui rientra dalla finestra la vocazione Coldplay-wannabe) con però poche idee ma in compenso non brillanti (se non altro si aggiudica il premio di testo peggiore del lotto grazie a versi pindarici quali “Nessuna, tu non sei uguale a nessuna/Sei scesa giù dalla luna/E adesso come si fa?”) e di quella Ora che non ho più te scelta non a caso come primo singolo: il taglio è da pop-rock anni Ottanta asperso di elettronica, neanche troppo vagamente Umberto Tozzi, nulla di eclatante però tutto si tiene e, boh, funziona. Se poi sulla mengoniana – nel senso peggiore – Acrobati preferisco soprassedere, Una poesia – scritta dal solo Cremonini – è un pop romantico che fa pensare a dei Pooh (livello bignami) in modalità cameristica, niente di esaltante ma in una scaletta del genere non può che spiccare come uno degli episodi migliori.
In definitiva: dopo oltre vent’anni di carriera solista Cremonini si mostra in tutto il suo mistero decifrabilissimo. È il principe della mediocrità sonora che domina, assorbe e restituisce, pianificando senza posa se stessa, meritandosi con ciò di rappresentare perfettamente il frangente storico. Spacciandosi grande in virtù di una monumentale vocazione al conforme. Se ci riesce, come in effetti fa, probabilmente è perché un po’ se lo merita, e un po’ ce lo meritiamo.
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