Recensioni

7.1

Hanno sempre fatto storia a sé, i C+C=Maxigross. Imperniati, per così dire, in una marginalità luminosa, elevata (anzi: alpestre), i parametri e i ritmi strappati ai riti e ai perimetri della produzione musicale italiana, alternativa o mainstream che sia. Un tempo, chissà, avremmo parlato di uno “status di culto”, ma oggi vai a capire dove sta il centro e dove i confini, chissà come lo calcoli il quarto d’ora di notorietà, qual è il peso specifico e la densità del successo. In ogni caso, i loro dischi sono in circolazione da oltre un decennio (l’album d’esordio è Singar del 2011) e da allora è stato un ondeggiare, spiraleggiare, sperimentare rabdomantico tra morene di folk visionari e neo-psichedelia mattoide, tenendo aperti spiragli per certi spifferi sintetici e per lo svolazzare amniotico di fantasmi pop abbacinati. 

Questa traiettoria anomala aveva ottenuto una sorta di riconoscimento e – massì – un bel po’ di autorevolezza prima con l’inserimento nel cartellone del Primavera 2016 e quindi con il coinvolgimento di Miles Cooper Seaton – membro dei gloriosi ma ormai disciolti Akron Family – nella produzione di Deserto, il fatidico terzo album che nel 2019 li consegnava a una maturità pregna di prospettive impronosticabili. Pubblicato il successore Sale nel novembre del fatidico 2020, i ragazzi dovevano fare i conti con il lato più duro dell’imprevedibilità: l’amico Miles Seaton muore per un incidente stradale nel febbraio del 2021, a soli 41 anni.

A due anni di distanza da quella tragica e repentina piega degli eventi, il quinto lavoro dei C+C=Maxigross ne raccoglie le vibrazioni cupe e le irradia dopo intensa metabolizzazione: il risultato non è quello che definirei un concept album, però le nove canzoni sembrano alludervi costantemente (“seppelliremo le tue ossa”, “ora chiudo gli occhi e ripenso ad un amico che è andato via lontano e non ritorna più”, “Ora hai chiuso gli occhi/corrono i giorni e non li riaprirai”, “ebbene sì, la morte è reale/e fa male, fa male”…) e comunque orbitare attorno a un forte dislivello emotivo che ha prodotto una frattura da colmare, da superare con un balzo poetico e al tempo stesso spirituale.

No, non è un concept, ma se lo fosse questo Cosmic Res avrebbe al centro la tensione tra essere e divenire, l’ipotesi che tra immanenza e scomparsa possa spuntarla dialetticamente una qualche forma di trascendenza. C’è una frase nella cartella stampa che mi pare in grado di riassumere bene la questione: “Questi siamo noi che, ebbri e sospinti dal vento nero, navighiamo attraverso la Materia Cosmica”. Ed è una navigazione febbrile, vibrante, sul filo dell’estasi e in bilico su fragilità sparse. Le canzoni sfarfallano attorno a un entusiasmo ferito, spettrale, come se gli si fossero spezzate dentro le certezze, ma di questa lacerazione sapessero fare in qualche modo innesco e carburante per nutrire un trasporto nuovo, un superamento. 

Sono canzoni quindi che avviano una ricerca frenetica di senso e solidità spingendosi oltre il senso consolidato, consegnandosi al vocabolario espanso dell’irrazionale come ricetta per cucinare in uno stesso calderone il frugale, lo spirituale e il siderale: è in questo senso emblematico che la scaletta si apra con Bruceremo Palo Santo, un capriccio post-wave che scivola su una vertigine inclinata quasi industrial, i versi che compongono micro-sequenze scompaginate ricordando un po’ il Battisti di E già – per i testi e per quel falsetto sdilinquito – diretto ormai verso la fase “bianca”.    

Proprio Battisti sembra essere uno dei riferimenti-chiave del disco, per il canto appunto – affilato da un’ironia sghemba, come a voler compensare l’intento allucinatorio – ma anche per le musiche, votate a una misticanza di esotismo primordiale e suggestioni psichedeliche diversamente progressive, come anime latine possedute da spiritelli etnici in fuga dal mondo materiale. Pure se va sottolineato come lo sguardo oltrepassi i confini nazionali e a tratti faccia pensare a degli Animal Collective (e dintorni) infettati da un neo-tribalismo Timbaland

C’è come una tensione elettrosintetica insomma che nella prima metà di scaletta si divora l’antica attitudine freak-folk dei Nostri, la quale tuttavia rimane, sommersa ma fondante come un sostrato che sostiene il rotolare convulso di Io me ne sto fermo ad aspettare e quello più sgranato e deliziosamente pop di Battelli ebbri. E che torna ad affiorare nella seconda parte (che un tempo, per intendersi, avremmo chiamato lato B) decisamente meno impetuosa, più estatica e a tratti – a dirla tutta – meno ispirata, con le melodie che sembrano fare un passo indietro rispetto al bisogno di raccontare (vedi soprattutto la solennità opaca di Aquila bianca e la scivolosità country folk di Memoro). 

Messa agli atti l’intrigante Mele d’argento, sorta di allucinazione orizzontale pseudo-Flaming Lips in duetto con l’interessante Vipera, c’è come un soprassalto d’intensità nel ciondolare arioso, strambo e indolenzito di Ora che vi sento, come ti aspetteresti da un Cristiano Godano in fregola bucolica Bon Iver (da segnalare l’importante citazione CSI nel testo: “non dire una parola che non sia d’amore”), mentre la conclusiva Questi siamo noi si aggira tra pennellate cameristiche, battimani, sbuffi fiatistici e sintetici come una bizzarria Dalla spedita all’Avey Tare più diafano.

Cosmic Res è un disco stratificato e vivido, bizzarramente equilibrato, non sempre a fuoco però mai privo di forza, spinta, motivi. I C+C=Maxigross sembrano avere oltrepassato la fase della ricerca, della messa a punto di un linguaggio: ovunque siano i confini della loro calligrafia, danno la sensazione di padroneggiarla con disinvoltura e sacrosanta temerarietà, e di poterla spingere verso ulteriori direzioni, al momento non del tutto prevedibili. Tu chiamala, se vuoi, maturità.

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