Recensioni

Dopo il generoso antipasto di Singar, l’EP con cui si sono fatti conoscere due anni orsono, tornano gli ineffabili C+C=Maxigross, quintetto di pseudo-montanari (lo pseudo è mio) con la vena psichedelica sempre in tiro e una baldanza sbarazzina a stemperare il talento. Quel talento che col qui presente Ruvain – che in dialetto Cimbro, sorta di lingua morta dei monti Lessini, significa “rumoreggiare” – si sbriglia aperto, espanso, duttile e arguto. Quattordici tracce che si disimpegnano fragranti e asprigne tra calde trame freak-folk, acidità californiana, teatrini cazzoni e ironia agrodolce, riuscendo a definire una specie di golfo mistico dove quel che accade è assieme il loro nido e un riparo per tutte le anime bisognose di svolazzi onirici.
Soprattutto, azzeccano scrittura e atmosfera con una padronanza impressionante, dimostrando che alla fine di tutte le congetture la vecchia sana strategia del live-in-studio (al netto di pochissime sovraincisioni) paga sempre. Quasi interamente autoprodotto, con l’eccezione di tre pezzi che vedono il contributo alla console di Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, Ruvain è disco generosamente dispersivo, capace di svariare tra etno-freakerie valzer come dei cuginetti prealpini dei Blur (Lesha!Keyoo!See-Ya!) e arte varia swing (No One Calls Me, L’Attesa di Maicol), beat frugale come dei Kinks trasognati Akron/Family (Charleroi Poulet) e intimismo lisergico Billy Corgan (Holynaut) magari stemperato con certi sdilinquimenti amniotici Grant Lee Buffalo (Najhladnija Luka Pule, Pamukkale in E).
La goliardia da Decamerone dadaista funge da dirimpettaio ad un’intensità che non si vuole mai seria né giammai seriosa, come se la bellezza del gioco risiedesse anche nella consapevolezza del gioco stesso: vedi in questo senso la misticanza esotico-pastorale-afro di A Freak Can, il folk bretone in sospensione acidula di Ten Dark Wednesday o lo slancio bossa vintage di José. Tuttavia, nel sottofinale i gaglioffi azzardano una lunga cavalcata psych (Testi’s Baker/Jung Neil) che svalvola tra Crazy Horse e Ultimate Spinach via Grateful Dead, per poi chiudere la scaletta con la decompressione morbida a spine staccate di Wait Me to Arrive. Così, tanto per non sapere bene in quale cassetto dell’immaginario collocarli, perché ormai chissà cos’è una rock band nel mondo scentrato del tutto-è-possibile.
Una cosa però possiamo dirla: sono bravi. Imprevedibilmente bravi.
Amazon
