Recensioni

7.5

Il drum circle non è una roba da frikkettoni e muovere il culo può essere una chiamata alle armi. Ce lo hanno insegnato a vario titolo i Boredoms e i Liars, per certi versi, vista la “vicinanza” geografica, anche i Sepultura, di sicuro gli antesignani del post-punk (funk) bianco come Mark Stewart, vero e proprio santino per i finto-brasiliani Caveiras.

Trio fiorentino formato da Zè Caveira, Diabo Branco e Bicho, evidenti nom de plume dietro cui si celano veterani della scena fiorentina (Tribuna Ludu, Sex Pizzul, Lampredonto, ecc.), i Caveiras giungono, dopo una serie di pubblicazioni che definire carbonare è poco, al primo album lungo con questo Guerra Total Na Boca Do Lixo. Ovvero, “guerra totale nella bocca dell’immondizia”, a mettere subito in chiaro ciò che si diceva in apertura, soprattutto se si considera che i tre ci tengono molto a ricordare che il titolo è tratto da un film sperimentale brasiliano del ’67 focalizzato sulla figura del delinquente soprannominato “O Bandido da Luz Vermelha”. Marginalità sociale, violenza e soprusi a volte insensati, i confini labili tra giustizia e ingiustizia, l’emancipazione negata… tutte cose che abbiamo imparato a conoscere da film come “Cidade de Deus” ma che oramai sembrano essere esondate dalle favelas e divenute il quotidiano di tante zone in perenne degradamento anche e soprattutto negli autonominati paesi del primo mondo.

Ecco, Guerra Total Na Boca Do Lixo è un reminder, un avviso, la fotografia di ciò che – scusate la contorsione linguistica – “sta essendo” intorno a noi, ovunque e, purtroppo, comunque. I tre vanno quindi di post-punk esotico, mischiano funk e tamburi in una batucada noise mutante (Luz Vermelha), urla, fischietti e sirene, tropicalismo in salsa dub-wave (Fora de Ordem!), samba rap-industrial come dei Consolidated nati a Rio (Exu Rei), rallentamenti quasi trip-hop (la sensazionale Santo Selvagem con Serena Altavilla alla voce), il tutto condito con atteggiamento punk e discrasia post-, quasi come se Manu Chao fosse cresciuto a Brixton alla fine dei ’70 o i nostri Ninos Du Brasil avessero messo la rabbia sociale dentro i loro spara-coriandoli.

O forse semplicemente come tre fiorentini fulminati sulla via del Brasile intenti a vomitare fuori tutti gli allarmi possibili su una deriva (mondiale) ormai più che acclarata. Tutto dalla prospettiva della bandiera rossa e nera, qui declinata nelle dinamiche della “più occulta della religioni sincretiche afrobrasiliane”, la Quimbanda, ma che sappiamo benissimo essere simbolo di libertà.

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