Recensioni

7.4

Riprende il discorso esattamente da dove lo aveva lasciato con Neverendless, il quartetto americano, ma fino a un certo punto. Le coordinate kraute sono quelle fondanti il progetto sin dalle prime apparizioni, ovvero motorik perenne e reiterazione. In questo ennesimo lavoro però, l’ingresso di una seconda chitarra – quella di Jeremy Freeze – e la spalla offerta dal sax di Rob Frye e dalle percussioni di Josh Johannpeter, sembrano aver donato nuova linfa e soprattutto nuove possibilità sonore alla formazione. Non più impantanata in un limbo di cavalcate da motorik incendiato o, per lo meno, non solo bloccata all’interno di quel recinto di genere, bensì diretta e aperta come il delta di un fiume pronto a inglobare elementi fino ad ora alieni agli orizzonti della casa.

Innanzitutto il groove funk suonato con secchezze bianche (non sono lontani gli ectoplasmi del funk trattato del post-punk inglese, nella parte iniziale della lunga Sweaty Fingers) che rende sensuale un suono altrimenti algido e in b/n, riempiendolo di numerose sfumature senza perderne minimamente in monocromia. Poi una attenzione alle aperture d’impostazione jazz, da intendersi non tanto in maniera strettamente musicale, quanto in termini di apertura mentale pronta a (im)porsi variazioni sul tema mai scontate. Della serie, provate a mischiare ipnosi krauta, deliqui psych, sabbie stoner e incedere post-rock come in Silver Headband senza risultare banali. O frullare immaginario visivo blaxploitation e pulviscolo jazzato (Arrow’s Myth), groovedelia sixties e visionarietà afro (Shikaakwa) con simili sfrontatezza e risultati.

Insomma, insieme ai ritorni di Wooden Shjips e Disappears, Threace sarebbe disco da podio del cosmic sound, se non stravincesse per la sottocategoria auto inventata del “rolling funk minimalism”. Il disco più “black” uscito dal panorama neo-kraut dell’ultimo decennio.

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