Recensioni

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È all’altezza del secondo album – terzo se consideriamo la raccolta di rarità Vol. 1 – che i Wooden Shjips decidono di compiere il salto decisivo, abbandonando la California smostrata, deforme, psych e fattona che aveva da sempre fatto da scenografia subliminale (manco tanto in realtà) alle loro proposte sul medio e lungo metraggio.

Un salto che non supera solo l’oceano, recapitando l’immaginario evocato dal quartetto americano sul grigio urbano del Regno Unito, ma anche un paio di decenni buoni giungendo orientativamente in pieno marasma post-Tatcheriano. Niente più Doors, insomma, né tanto meno 13th Floor Elevators o rimandi alla psychosummer of love. (Quasi) niente più fuzz o tradizione west coast lisergica. È il pulsare ossessivo del basso a guidare ormai le danze, verso un panorama fatto di grigia cementificazione “industriale”. A suonare robotico e subumano, incessante come una fordista catena di montaggio.

È dunque Spacemen 3 il nome di riferimento del suono Wooden Shjips, così come tutte le pepite che in quello stralcio di secolo da lì presero il via, dimostrando di aver appreso la lezione dei padrini krauti e di saperla evolvere al passar del tempo: Loop in primis, per la meccanicità reiterata delle strutture; e a ruota Hair & Skin Trading Co. per il pulsare vivo del basso e Main per l’alone di alterità che circonda le composizioni.

Un piede fermo nell’universo imploso di Can e Neu, l’altro nella psichedelia hard inglese degli anni 80, insomma. Per chi scrive un ottimo e deciso passo in avanti, rispetto agli esordi.

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