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7.5

C’è qualcosa di struggente e instabile, di struggente perché instabile, nel percorso di Cassandra Jenkins. In quel suo muoversi tra forme folk-pop ben delineate per poi abbracciare una loro versione sparsa, tremolante, esposta alle intemperie e ai sussurri delle cose che, beh, accadono. Che siano concrete e inafferrabili, luminose e oscure: accadono. Come accadde, ad esempio, la morte di David Berman, nel 2019, subito dopo la pubblicazione del bellissimo Purple Mountains. A quel disco avrebbe dovuto fare seguito un tour di cui anche Jenkins sarebbe stata protagonista. Invece, ovviamente, al trauma seguì una parentesi di niente. 

Inutile dire quanto quell’evento abbia costituito una cesura per la cantautrice newyorkese, all’epoca ancora piuttosto fresca di esordio con Play Till You Win. Le ricadute di quella cupa circostanza ebbero effetti evidenti sul giustamente celebrato An Overview on Phenomenal Nature, secondo album di Jenkins, la cui natura esitante e ibrida (la forma canzone strattonata e stirata, grazie anche a un utilizzo sistematico del field recording) testimoniava altresì e immancabilmente il fallout della pandemia. Ma il punto nevralgico sembrava essere annidato più in profondità, nella nebulosa di particelle elementari liberate dalla rottura di aspettative, prospettive, traiettorie. Da cui una slogatura di schemi, un dissesto di coordinate, tali da conferire alle canzoni una strana, penetrante vaghezza. 

Va detto che col successivo My Light, My Destroyer del 2024 Jenkins ha cercato – trovandolo – un nuovo punto di consistenza, recuperando una certa solidità sul versante della forma-canzone, ma evidentemente il suo percorso non è – non può essere – di quelli che si affidano al navigatore e puntano dritti verso la destinazione. Difatti, un anno più tardi, col qui presente My Light, My Massage Parlor torna sul luogo del delitto sparpagliando nuovamente le aspettative, ovvero esercitandosi su ipotesi alternative delle suggestioni che hanno dato vita all’album precedente. Non si tratta però, intendiamoci, di versioni diverse delle stesse canzoni: sembra più la messa a terra di un lavoro germogliato da un simile humus emotivo ma in una dimensione parallela, dove l’aria è una colla di memoria e il tempo si stiracchia con morbidezza fuor di sesto. 

Otto tracce strumentali che prendono vita da rumori ambientali, strutturandosi con grazia indolenzita e piglio crepuscolare su note lattiginose di piano (suonato da Michael Coleman, anche produttore del disco), ricorrendo a orchestrazioni discrete (archi, campanelli) e un sax che spennella pastosità smooth jazz (nella palpitazione tenue di Betelgeuse Masseuse, nella fragranza floreale di Haley). L’effetto è dreamy ma in qualche modo accartocciato in una dimensione raccolta, in bilico tra miraggio e narcosi, tra incanto e disillusione terminale. Siamo nel retrobottega del pop, quando – finito l’orario di lavoro – si raccolgono le scartoffie e i pensieri, cercando di soppesare le scorie dei sogni. Cercando un senso, casomai. 

Tutto ciò quindi accade lontano qualche centinaio di chilometri dalle strategie a pronta presa con ambizioni da playlist (peraltro legittime) di certo folk pop, ma al tempo stesso non si avverte traccia di vocazioni sperimentali né voglia di posizionarsi su caselle arty o alternative. È un album seraficamente collassato su se stesso. Una tregua abbacinata dove ogni canzone tira a sembrare la soundtrack di un piccolo film mentale. Le melodie sono tutt’altro che complesse, si sgranano anzi quasi didascaliche, come edifici problematici costruiti coi mattoncini di gomma per bambini, ed è proprio un senso di regressione pilotata, di tuffo all’indietro nel simulacro dell’innocenza, che rende possibile questa esitazione tra leggerezza dorata e tensione appiccicosa: come dire, c’è sempre un fantasma da cui cercare riparo, o la benedizione di un’amnesia – anche temporanea – da invocare.

Passando a più prosaici compiti da recensore, verrebbe la tentazione di additare l’ambient tra i riferimenti stilistici principali (con specifico riferimento a certe cartografie minimali eniane), ma in realtà il trittico Only Relaxation, Omakase of Time e Delphinium Bliss lascia emergere sostanziali affinità con la calligrafia soffice e ipnotica di Grouper, così come quei risvolti da celluloide allucinata fanno intravedere particelle allucinate Badalamenti in libera uscita, mentre certe declinazioni più nostalgiche rimandano addirittura al Billy Corgan delle ballate tenerelle. 

Parliamo insomma, lo avrete capito, di un lavoro anomalo, uscito di soppiatto come un sogno di mezza estate, quasi intendesse strategicamente dribblare le attenzioni di un mondo alle prese con distrazioni vacanziere e danze macabre belliche. Di contro, sembra chiamare a raccolta chiunque avverta il bisogno di sottrarsi alla presa, di inciampare in una bolla di tempo decentrato, in un’ebbrezza filmica senza ragioni, direzione, utilità. 

Col quarto album Cassandra Jenkins mette in campo una strategia visionaria, deliziosamente dissennata rispetto alla vocazione folk-pop che ha dimostrato di padroneggiare. Forse lei per prima non ha capito in quale campionato giocare le proprie carte. O forse, più probabilmente, ha capito che qualunque campionato sarebbe (è) una gabbia. 

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