Recensioni

Sempre trasversale, riservato, appartato rispetto agli standard dell’industria discografica, di un tempo così come di oggi, Caspar Brotzmann non ha mai fatto leva sull’albero genealogico per portare avanti la sua idea di musica. Rumorosa, destabilizzante, a tratti fastidiosa per l’orecchio troppo educato, quella degli esordi era una musica dirompente che si offriva col tramite dello strumento più rock in assoluto, la chitarra.
Strapazzata, iper-distorta, feroce in album come The Tribe o Home (seppur di rivisitazioni di pezzi già pubblicati è personalmente considerabile il suo picco espressivo) e che ora, a distanza di un quarto di secolo (e fatto salvo l’esperimento a nome Caspar Brötzmann Bass Totem, nell’album The Lovers And Destroyers dello scorso anno) torna in questo nuovo passo propedeutico a un full-length vero e proprio.
Una breve traccia, Bar Open, e due lunghe versioni live di All This Violence, una registrata a Vienna e la seconda a Dresda, che rappresentano un po’ l’origine di questo disco, dato che ascoltando quelle registrazioni live Caspar ha capito che c’era un messaggio, “a power to reflect on current events” ma anche, più prosaicamente, l’indicazione di un percorso da intraprendere coi Massaker.
In queste due versioni la chitarra si fa infatti più astratta, dilatata e visionaria, mai accondiscendente con se stessa e anzi, di una urgenza bruciante, molto più delle poche parole urlate dal chitarrista, “a tonal Hendrix” com’è stato giustamente definito, qui accompagnato dal fedele bassista Eduardo Delgado Lopez e dal batterista Saskia von Klitzing. Disco “di rodaggio” ma che mette curiosità sulle future evoluzioni.
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