Recensioni

«Non te l’aspettavi che mi piacesse il rock, dì la verità». «Ti facevo più Julio Iglesias, compilation di Sanremo…». Se il binomio Verdone-musica è risaputo, per quello, più specifico, Verdone-Sanremo bisogna scomodare una delle citazioni più celebri della filmografia del Carletto nazionale: il dialogo tra lui e Asia Argento in Perdiamoci di vista. Il motivo della citazione sta nel fatto che la ratio narrativa della terza stagione di Vita da Carlo, la serie ideata, diretta e interpretata dall’artista romano e iniziata nel 2021, muove proprio dall’idea di affidare a lui la conduzione e la direzione artistica della kermesse canora più famosa d’Italia.
Lo diciamo subito, però: se non fosse stato per la prospettiva di assistere a un Verdone versione tricheco, insaccato nello smoking affittato per le ultime cinque edizioni da Amadeus, ma comunque alle prese con una materia da lui notoriamente prediletta, avremmo fatto volentieri a meno di tuffarci nella visione di questa nuova carrellata di dieci episodi (ne arriverà addirittura una quarta, che per fortuna sarà l’ultima). E questo non fosse altro perché, per il resto, aggiunge poco o nulla a quanto già (non) mostrato dalle prime due stagioni. Quel poco di novità si sviluppa sostanzialmente lungo le due abituali direttrici che l’ormai dissipata vena verdoniana può concedersi al giorno d’oggi.
Le solite citazioni di personaggi e situazioni mutuati sia dalla nutrita galleria del Nostro sia, in qualche caso, dalla filmografia di maestri del cinema come Hitchcock e Kubrick, rivisti in chiave comica (si fa per dire); i soliti cameo di personaggi famosi nei panni di sé stessi (questa volta tocca a Serena Dandini, Gianna Nannini, Zucchero e al compianto critico musicale Ernesto Assante). Non sono che queste le strade rimaste a Verdone per cercare di far ridere, anche se poi finisce per strappare allo spettatore giusto qualche sparuto sorriso, più per affetto (o forse per sfinimento). Perché, se ci si affida al resto, si resta delusi: tra vicissitudini familiari narrativamente insulse (una figlia combattuta tra carriera e vita familiare; una governante ludopatica; un vicino importuno) e «quella certa romanità che ci ha rotto un po’ le palle» (per citare ancora Perdiamoci di vista), una romanità peraltro stereotipata, da ZTL, come già osservato in sede di recensione della prima stagione.
Vita da Carlo, infatti, è un progetto finito prima ancora di cominciare, non mettendo in scena nient’altro che il decadimento – di più: i postumi dello sfacelo – di una delle maschere più celebri del cinema e della TV nostrani. Una maschera che ormai non c’è più (come ammetteva lo stesso protagonista nella seconda stagione in un dialogo con Claudia Gerini), disfattasi pezzo dopo pezzo a partire da almeno vent’anni fa, a essere generosi, e oggi ridotta a riciclarsi nella serialità televisiva dopo aver esaurito perfino la vena cinepanetton-istica. A tratti lo spettacolo è penoso, e il declino afferisce inesorabilmente a tutti i piani: artistico, intellettuale, ideologico. Insomma, ‘sto Verdone, oggi, ce serve o nun ce serve?
Fortuna che, stavolta, in suo soccorso arrivi la musica. Lui se ne intende e ne dà ennesima prova col suo casting sanremese. La trovata di affidargli la scelta dei cantanti in gara al Teatro Ariston fa sì che, stavolta, non sia tutto da buttare. Certo, neanche lui si ribella a questa consuetudine per cui la figura del conduttore deve coincidere con quella del direttore artistico, forse perché pensa quello che pensano tutti i conduttori: «la faccia ce la metto io». Ad ogni modo, il Verdone segugio di buona musica è credibile, proprio perché autentico. A partire dalla scelta di un cantautore di razza come Lucio Corsi. Nella fiction, Verdone va a caccia di nuovi talenti per rinverdire i fasti della rassegna ligure, e a tal fine setaccia i locali della Roma by night insieme al giornalista e opinionista Roberto D’Agostino. La pesca dà ottimi frutti, dal momento che, in uno di questi scantinati, il Nostro scova Corsi mentre canta Cosa Faremo Da Grandi?, suo brano del 2019. Un Verdone profetico, peraltro, visto che Corsi – si è scoperto – parteciperà davvero al Festival di Sanremo 2025. Da Carlo a Carlo (Conti), insomma.
Un’altra bella stampella la offre a Carletto la brava Ema Stockholma, pienamente a suo agio nel ruolo di spalla femminile di Verdone, come lo furono molte altre prima di lei. Magari non sarà la Muti o la Gerini, ma la conduttrice radiofonica italo-francese, da attrice, fornisce un’ottima prova nei panni dell’imprevedibile e poco affidabile co-conduttrice del Festival scelta dal protagonista. E in Vita da Carlo 3 torna anche il viaggio all’estero in una capitale europea, refrain del Verdone “maturo” post-1986. Stavolta la meta non è Budapest, né Praga, e nemmeno Bruxelles, bensì Parigi, dove il protagonista si reca insieme a Stokholma sulle tracce di Paul McCartney, anelato ospite internazionale (che naturalmente non arriverà). Non vi spoileriamo di più sul Sanremo di Verdone. Vi diciamo solo che un tentativo di farglielo condurre per davvero si potrebbe fare.
Amazon
