Recensioni

TOP
8

Archeologia sonora. Si può definire in tal modo la pratica di scavo messa in atto dalla discografia. C’è fame di musica evidentemente, e data la messe di dischi di cover dal bassissimo nutriente che è diventata moda, gli appassionati esigenti si guardano indietro, a una epoca d’oro nella quale gli artisti avevano voglia di affermare la propria visione personale, invece di raggranellare royalty col gioco sfibrante, alla lunga, dell’imitazione. La pratica dello scavo si attua negli scantinati dei musicisti e nei meandri degli studi di registrazione dove venivano accatastati nastri ricolmi di prove, outtake e rimasugli di vario genere. Allora erano considerati scarti, oggi materiale pregiato (in qualche caso lo è, altre volte è la pochezza degli attuali giorni a elevare il tasso di qualità di ciò che emerge dal passato). Ci si meraviglia, in verità, di come si possa ancora portare alla luce materiale inedito di band quotidianamente sotto l’occhio dei riflettori (i Beatles, per esempio), un po’ meno di gruppi come i tedeschi Can, il cui culto è andato crescendo negli anni lentamente ma senza sosta.

I Can non avevano frontman rumorosi o piacenti, anzi raccolgono praticamente dalla strada Damo Suzuki e lo mettono a cantare; non erano musicisti straordinari ma avevano una identità musicale apertissima che Irvin Schmidt aveva coltivato prima frequentando il conservatorio e poi, all’opposto, iscrivendosi ai corsi di composizione di Karlheinz Stockhausen a Colonia, infine venendo a contatto con avanguardisti americani come Steve Reich, La Monte Young, Terry Riley prima ancora di essere corrotto da Andy Wharol e dai Velvet Underground. Lo stesso si può dire di Holger Czukay, che da ragazzino aveva lavorato presso un laboratorio di riparazione di apparecchi radio nel quale imparò ad amare e rispettare la sorgente del suono, che come Schmidt apprese la lezione di Stockhausen e dopo avere lavorato per qualche anno come insegnante di musica decise di buttarsi nella mischia del rock and roll cercando però di sparigliarne le carte. I Can sono generati da loro due e David C. Johnson, compositore e flautista che ha condiviso – e ci insegnato, nel 1968 – le aule della New Music di Colonia. Poi arrivano Michael Karoli alla chitarra che era un allievo di Czukay, e il batterista Hans “Jaki” Liebezeit che proveniva dal circuito del free-jazz e diviene il pioniere del “motorik beat”, insomma un metronomo umano.

In una generosa offerta di oltre un’ora e mezza, Live In Brighton 1975 espone senza filtri il pezzo forte della band teutonica: un modo di essere e di fare che si espande ben oltre le testimonianze giunte dallo studio di registrazione. Dove, per quanto ampio potesse essere lo spazio di manovra, i vincoli – di tempo, denaro, obblighi di produzione, etc. – erano se non castranti in qualche modo angusti. Sul palco, i Can – e le band della stessa natura, comprese quelle oggi in circolazione che loro devono qualcosa in termini di ispirazione e strada spianata – sono liberi di scegliere la direzione, il passo, la durata del viaggio che ai tempi del vinile erano alquanto rigidi anche nelle circostanze migliori. Sette brani che vanno dagli oltre 9 minuti di Eins agli strabordanti 18’ 18” di Sieben, tutti intitolati con un sola parola, anzi un numero: Zwei, Drei, Vier, Fünf, Sechs. I numeri da uno a sette. Non c’è bisogno di altro segno distintivo perché i brani in fin dei conti non hanno né un vero inizio né una vera fine, e diventano quasi indistinguibili tra loro nel momento in cui si fruiscono come un lavoro globale, un continuum (suddiviso in segmenti per motivi di catalogazione).

Di più, non ha senso cercare di districarsi in questa sorta di materia oscura, eppure calda, e cangiante non solo tra i confini labili dei brani ma anche al momento dell’ascolto reiterato: ogni volta, in 1/Eins, ci troverete qualcosa che vi era sfuggito in precedenza. O vi sembrava essere parte di 2/Zwei. O forse è in 6/Sechs? Brani lunghi, ipnotici, che partono da un punto che sembra lontanissimo per raggiungere la dimensione di sermoni sonori che mettono soggezione per quanto si innalzano. Per poi ripiegarsi su sé stessi, planare, e chinare la testa come un animale fedele ma mai domo in cerca di una carezza. Ci sono solo una manciata di parole cantate da Michael Karoli su 4/Drei, e un diluvio di musica che, tra qualche fraseggio che i più avvezzi alla band germanica riconosceranno come appartenete a un brano di studio e tanta tanta improvvisazione, vi può mandare in stato di ubriachezza. O di ipnosi se preferite il lessico psichedelico che nel condominio Can, seppur in modo del tutto personale, è di casa.

Live In Brighton 1975, come vige da anni e per effetto di più firme, fa parte di una serie di registrazioni che andranno a ripristinare quanto era trapelato via bootleg ma non solo. È il bello di questi giorni da Grande Fratello – l’unico vero e tragico, quello di Orwell – nei quali all’occhio elettronico, implacabile più del delatore umano del passato, non si nasconde nulla: le peggiori cose che il tempo galantuomo aveva finalmente lasciato assimilare all’oblio quanto tesori ingiustamente, o solo maldestramente, andati perduti. Come nel caso di questa registrazione – e lo stesso sarà per le future se il gioco non durerà allo sfinimento – dei Can a Brighton nel loro periodo più fulgido.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette