Recensioni

Nel 2013, ai tempi dell’EP Occhi Pieni Occhi Vuoti, descrivemmo Calvino come un «Dino Buzzati prestato alla canzone d’autore […], assorto in un universo narrativo surreale, bambinesco e morbido al tatto». Del progetto di Niccolò Lavelli ci piacque soprattutto la capacità di definire un «dialogo interiore» tutto suo, talmente sopra le righe e fantasioso da polverizzare in un battito di ciglia modelli di riferimento troppo scomodi e stringenti.
Nel primo disco sulla lunga distanza il Lavelli piazza almeno tre pezzi da novanta (ovvero la splendida title track, l’ottima Gli astronauti e Ginevra), in generale conferma le buone impressioni del passato, eppure non riesce a valorizzare del tutto una poetica da sempre delicata e bisognosa di particolari attenzioni. L’indie-pop-rock-qualcosa (circa tra i Baustelle ed Edipo, con libertà di spaziare a piacimento) scelto come vestito per gli otto brani in scaletta, talvolta appiattisce un immaginario che invece necessiterebbe di idee musicali forti e spazi ampi per respirare. C’è da dire che la responsabilità non è solo degli arrangiamenti, ma anche di una scrittura non sempre squillante, ad esempio in brani come La perdita del controllo o Milano Est: parentesi gradevoli, ma ben lontane da vette come il Nella città pubblicato nel primo EP del musicista.
Crescono le aspettative e il nostro giudizio non può che partire da quelle: tra le mani ci ritroviamo invece un disco godibile, ben fatto, che tuttavia non rende giustizia a un autore con una percentuale di poesia decisamente più alta nelle vene. Accontentarsi della routine, in questo caso, sarebbe un errore.
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