Recensioni

7.2

A distanza di tre anni dall’ottimo Haunted Mountain, Buck Meek torna con il nuovo The Mirror, album che riconferma la sua voce tra le più autorevoli di casa 4AD, segno di un percorso solista sempre meno all’ombra della grande insegna Big Thief.

Nella sua quarta prova sulla lunga distanza, ritroviamo il cantautore texano alle prese con una scrittura che sceglie inquadrature sbilenche in cui siamo spettatori che sbirciano dal buco della serratura. The Mirror, con il suo fluviale flusso di coscienza, ambisce a mettere in fila le inafferrabili proprietà dell’amore e a come queste influiscano sul nostro quotidiano.

Nel refrain di Pretty Flowers, Meek si chiede come si possa imparare a donare il proprio cuore (The more I get to know you / The less I know of love / Is it science? Is it art? / Can I learn to give away my heart?) mentre texture di synth modulari orditi da Adiran Olsen spediscono il brano dalle parti del rivoluzionario (per i Big Thief) Dragon New Warm Mountain I Believe in You.

Si tratta solo di una delle triangolazioni con al centro l’elemento amoroso: il folk rock arrembante, sporcato dal polveroso tiro country di Gasoline, insegue le acrobazie dell’amore e il suo linguaggio misterioso (Making words up while we made love / One month and she’s in my blood / Ooheeah lalo, faroosee mneykro), mentre il lirismo etereo di Ring of Fire (So many years I’ve bled in the red for the love/ But all that love I’ve found in the sound and the songs/I’m saving for my girl/Back home) rende acquosi i lineamenti di un nu-folk che deraglia dalle parti dei Belle and Sebastian

Tra accenti marcati e parentesi intime, gli undici brani in scaletta rendono l’album solido e con pochi punti deboli dove ogni elemento coesiste in relazione agli altri: non stonano, ad esempio, le chitarre distorte à la Neil Young di Soul Feeling a cui si contrappone il tiro indie-rock nineties di Deja Vu proprio mentre ci si invola verso i synth e le trame pop della conclusiva Outta Body.

C’è come un mondo sommerso da riscoprire osservandosi allo ‘specchio’ ma lo sguardo di Meek non può dirsi solitario, proprio perché ad accompagnarlo in questo percorso ci sono amici Adrianne Lenker e James Krivchenia, quest’ultimo in veste di produttore), colleghi (il bassista Ken Woodward, l’arpista Mary Lattimore) e addirittura parenti (alle tastiere c’è suo fratello minore, Dylan), tutti utili ad ampliare ed ispessire le nervature di un suono e di un linguaggio in cui il Meek chitarrista dei Big Thief e quello solista sono uno l’elevamento a potenza dell’altro. Tutto racchiuso in un luccicante anello di fuoco.

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