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7.5

Double Infinity, come affacciarsi su orizzonti sempre più vasti, come lo studio dove Adrianne Lenker aveva inciso il suo più recente album da solista, Bright Future dello scorso anno. Ora, nel futuro, anzi nel presente, del trio statunitense, c’è un sesto capitolo in lungo, successore del monumentale Dragon New Warm Mountain I Believe In You, che nel 2022 esplorava differenti direzioni stilistiche lungo ben venti brani e oltre ottanta minuti di durata.

Double Infinity, prodotto dal fido collaboratore Dom Monks, è allora una scatola delle infinite possibilità, in cui sfumano una volta per tutte i confini di spazio e tempo, ma è anche un atto di ripartenza, positivo e avventuroso. Al momento di decidere come orientarsi, per un lavoro coeso dall’inizio alla fine, Lenker, Buck Meek e James Krivchenia, in trio successivamente alla defezione di Max Oleartchik, sembrano assecondare un sound sempre più libero, comunitario nell’assorbire l’apporto di elementi esterni per arrangiamenti vieppiù improvvisati (Joshua Crumbly al basso, Mikel Patrick Avery dell’ensemble Natural Information Society, Hannah Cohen, Alena Spanger e altr*), nella ritualità delle registrazioni svoltesi nell’inverno di Manhattan, nel pieno della natura, ormai setting prediletto, riflesso nei dettagli dei testi.

Libero anche nella foggia dei brani, spesso trascinati da un groove liquido, drogato e sottilmente lisergico, quasi come se Double Infinity stesse ai Big Thief come A Moon Shaped Pool stava ai Radiohead, per quanto radicati tuttora su un alt-folk diretto e genuino. Se l’aurea spacey e i groove bruciacchiati dal sole si palesano nelle trame inconsce di Words («Now I’m higher than I’ve ever been»), l’esteso mantra di No Fear e il rock and roll new age di Grandmother (con il featuring altamente indicativo di Laraaji, ai drone di cetra) se ne vanno sulle ali di un presobenismo sperimentale e magicamente propiziatorio.

La comunicatività schietta del songwriting, come detto, non viene meno: nella gioiosa dichiarazione di difformità del singolo di lancio Incomprehensible si rimugina sugli anni che passano e sul senso dell’eternità («In two days it’s my birthday and I’ll be 33 / That doesn’t really matter next to eternity»), mentre nell’acustica, calda e corale Los Angeles il viaggio, che parte alle ore 3:33, equivale all’abbattimento di qualsivoglia dimensione («Feels like it’s been ten years, has it only been two years? / Two years feels like forever»), nel miele della ballad All Night All Day si mescolano veleno e zucchero e nella correlata Happy With You bastano tre versi per fare combaciare essenzialità e ossessione.

I tre spremono idee ed emozioni, in una limonata asprigna eppure rinfrescante, nella tradizione delle migliori ricette casalinghe, per andare a modellare un proprio mondo accogliente. L’ancoraggio materico alle fotografie per destreggiarsi tra ieri, oggi e domani, tra ricordi e visioni, quello che svanisce e quello che ha ancora da formarsi, quasi in linea con l’immaginario del Black Mirror più romantico, si pensi all’episodio Eulogy, o dello Stereo Mind Game dei Daughter, è al centro del flusso della title track, «And time moves like the water falls». L’alt-country della conclusiva How Could I Have Known arriva addirittura a far coincidere la solitudine e il momento dell’incontro, dopodiché un per sempre e un addio. Quando la scrittura diventa sia terapia di rinnovata classicità sia incantesimo psichedelico.

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