Recensioni

I Brockhampton non son più quelli dei bei tempi dei vari Saturation. Diciamo un’ovvietà, ma mai come in questo nuovo lavoro è facile constatarlo. Manca quasi completamente quella rozza energia viva e vibrante che animava i loro singoloni ai tempi di Ameer Vann. E sembra sempre che ogni volta che si parla di questi ragazzi si debba tirare in ballo la frattura e il superamento del dramma di quell’affaire. E invece vale sempre e comunque la pena parlare della musica, che anche se manca di quella ruspante urgenza che fu, nondimeno resta assai valida e pregna di spunti. Perché forse mai come in questo nuovo album i Brockhampton dimostrano di essere nel mezzo di un percorso di crescita. Per cui continuiamo a preferire i tempi d’oro, ma non per questo bisogna adagiarsi sugli allori e dare per scontato che il meglio sia ormai saldamente alle spalle.
Forse l’unica traccia che potrebbe rimandare agli inizi è il singolo BUZZCUT, con la partecipazione di uno spassoso Danny Brown. E qui veniamo alla prima novità: i feat, versante dove Abstract e soci sparano qualche cartuccia a sorpresa giocandosi ora collaborazioni piuttosto inaspettate e indecifrabili (Charlie Wilson?) e ora solide certezze. È il caso ad esempio dei synth moody di BANKROLL, che estrae dal cilindro anche qualche flautino e vede Merlin darsi il cambio con un A$AP Ferg in buona forma. Il succo del discorso sta però nei temi, qui più che mai centrati su profondità e introspezione, identità sessuale e salute mentale. Così il leit motiv è la ricerca di quella light che è anche il titolo del pezzo cardine in scaletta, che contiene le due strofe più brutalmente sincere e introspettive del disco: Joba e Kevin Abstract parlano rispettivamente del suicidio del padre e della propria omosessualità in riferimento alla famiglia, senza particolari virtuosismi ma con chirurgica lucidità. La successiva WINDOWS è invece un puro e semplice trattatello di gangsta-rap: base dalle chiare reminescenze West Coast e interventi al mic di tutti gli interopreti principali della crew. Le infiltrazioni di stampo G-funk in effetti abbondano e fanno capolino qua e là lungo tutta la scaletta; vedi CHAIN ON con Jpegmafia, che sembra Xxplosive di Dr. Dre sotto Valium, oppure ancora la banger DON’T SHOOT UP THE PARTY, che rimanda vagamente al primo Kendrick Lamar.
Tributi dreiani a parte, la palette è varia come sempre; troviamo reminescenze 70s, come nell’acido tandem chitarra elettrica-organo di THE LIGHT, e momenti più sperimentali e inusitati, come DEAR LORD: un pezzo gospel che guarda a un mix di Frank Ocean e Bon Iver, oltre che ai Queen più filo-operistici in alcuni giochi con melodie ascendenti. COUNT ON ME merita senza dubbio un posto tra gli episodi migliori, con un beat fischiettato su cui si appoggia un Matt Champion con piglio laid back e sempre efficace, oltre a sfoggiare un ritornello riuscito. Poi ci sono momenti non del tutto riusciti (come I’LL TAKE YOU ON o la più colorata OLD NEWS) in cui il gruppo riabbraccia le proprie origini da boy-band zuzzerellando con melodie stucchveoli e falsetti, e sembra quasi di stare sentendo un disco di Justin Bieber. Qua e là poi i ragazzi confermano ulteriormente di dare il meglio quando ci sono chitarre di mezzo, come nella ballata WHAT?S THE OCCASION, con un Joba ancora una volta inaspettato barometro emozionale, mentre altrove gli echi arrivano da scampoli orchestrali che paiono usciti dal Kanye West orsacchiottoso dei primi album (WHEN I BALL).
Ce n’è un po’ per tutti per tutti (come è sempre stato), con diversi buoni pezzi, qualche occasionale riempitivo e un paio di strofe che non si dimenticano. Non è ancora tempo di capolavoro definitivo, ma il percorso è chiaro e sempre ben condotto.
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