Recensioni

Quando nel 2020 Down in the Weeds, Where the World Once Was ha rimesso in moto la creatura di Conor Oberst alimentata a fasi alterne, era difficile intuire la possibilità di un nuovo capitolo per i Bright Eyes. La risposta è arrivata ‘appena’ quattro anni dopo, con il nuovo Five Dice, All Threes, un disco che aggiunge ancora nuovi tasselli all’epopea firmata da Oberst, sospeso tra progetti da solista e collaborazioni (i Better Oblivion Community Center con Phoebe Bridgers) ed una vita che – tra lutti improvvisi, amori deflagrati e quotidianità distopiche – non ha fatto mai mancare spunti di riflessione al musicista originario del Nebraska.
Come nel gioco dei dadi (rimando diretto al titolo del disco), ogni faccia è foriera di un’emotività ingombrante che però – rispetto alla precedente prova – viene diluita e spalmata su registri sonori meno barocchi o – per dirlo con le parole di Oberst – verso un approccio compositivo “decisamente più punk e istintivo”.
Per la nuova prova, a cui partecipano i soliti Mike Mogis e Nathaniel Walcott, i Nostri dribblano il piglio orchestrale e chirurgicamente ‘pulito’ che ne aveva segnato il ritorno per andare – con un’andatura tendente al lo-fi – dritti al cuore di brani che, sebbene profumino di immediatezza e inaspettata ‘leggerezza’, non squarciano quel velo di malinconia, rabbia e risentimento che attraversa i tredici brani in scaletta: “Ci vogliono i nervi saldi per vivere sulla Terra”, canta Conor in Bas Jan Ader, canzone incentrata sulla storia dell’omonimo artista olandese scomparso nel suo tentativo di attraversare l’Oceano Atlantico con una piccola barca a vela, o “Un giorno moriremo tutti, perché perdersi in questi piccoli suicidi?” in Tiny Suicides, o ancora nell’invettiva di All Threes – brano che vede anche l’ammaliante partecipazione di Cat Power – Oberst cita Gesù ed Elon Musk al fine di annichilire le figure dei signori dell’imprenditoria mondiale che con le loro ipocrite battaglie a favore dell’umanità nascondono invece egoistici desideri di grandezza e potere; una riflessione di più ampio respiro che si spinge fino allo sconcerto per il recente utilizzo dell’IA nel mondo dell’arte e soprattutto della musica.
Eppure, al netto di una scrittura che che non fa mai mancare densità e quel tocco cruento che ne ha reso riconoscibile la cifra stilistica, è l’amalgama sonora a spingere i Bright Eyes verso una consapevolezza che diresti ‘nuova’, libera da pregiudizi: si pensi all’utilizzo degli scratch del dj e producer E. Babbs in Spun Out, ballata che sboccia dal crescendo di un pianoforte per evolvere in una fioritura di hip-hop, indolenze indie-rock e chitarre acide a cucire gli strappi, passando per l’incedere pop-folk di Bells and Whistles che fa il paio con una El Capitan che sconfina dalle parte dei primi Arcade Fire; e ancora alla veste lounge-jazz immaginata per l’apocalittica All Threes, così come alla vis uptempo di Rainbow Overpass e Trains Still Run On Time – entrambe in odore di R.E.M – e ad un immaginario folk dylaniano che ci riporta dalle parti di quel Ruminations che fu una perla nera di accecante malinconia e decadenza. Degna di nota, la ballad The Time I Have Left che, oltre a vedere la calzante partecipazione di Matt Berninger dei The National, si nutre proprio di quelle sfumature in bianco e nero tanto da avere la sfacciataggine di suonare come una b-side di First Two Pages of Frankestein.
Mai scontati e sempre pronti ad un nuovo lancio di dadi, Conor Oberst e sodali riescono ancora una volta a portare in scena un’ingombrante emotività con credibilità e naturalezza. Pesa su un album, mai tanto collaborativo, il ruolo ricoperto da Alex Orange Drink dei So So Glos, che ha partecipato oltre che alla stesura anche alla registrazione di alcuni brani del disco. I Bright Eyes sono vivi e vegeti ed ora è lecito aspettarsi nuovi capitoli.
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