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7.2

Un uomo armato di sola armonica, un pianoforte affacciato sulle strade innevate di Omaha e un’insonnia divoratrice di demoni e ricordi del passato. Parte da qui Ruminations, decimo album di Conor Oberst, songwriter vulcanico passato dal furor pop-rock dei Desaparecidos fino alle sperimentazioni country-psych – imbottite di elettronica – dei Bright Eyes, e qui in una veste insolitamente solitaria. Quanto l’immaginario legato al Nebraska possa aiutare a scavare nel proprio vissuto sorprende anche Oberst, che dice d’«essersi ritrovato a comporre di notte senza un’idea precisa da cui partire» e con il solo candore della neve a fargli compagnia; sicché in sole 48 ore registra in versione acustica le dieci tracce che finiranno in Ruminations e che conservano quell’immediatezza frutto di cristallina ispirazione.

Il risultato è un album che mancava nella prolifica carriera del Nostro: un folk esacerbato, ridotto alla scarna combo piano-armonica, con pennate di chitarra appena accennate ad accompagnare. Sulla scia (ma neanche troppo) del precedente Upside Down Mountain, Ruminations è un disco di rottura, o magari solo di passaggio, proprio come lo fu Nebraska (1982) di Springsteen: un abbagliante frame in bianco e nero schiacciato tra il fragore dei due colossal The River (1980) e Born In The U.S.A. (1984). Oberst, nonostante la sua natura apatica ed inconsolabile, riesce a brillare anche nell’oscurità della notte, portando nei suoi versi presagi onirici di morte (Tachycardia) e riflessioni scoraggianti sulla contemporaneità e i suoi limiti (Barbary Coast), senza riuscire mai ad allontanare i fantasmi della malattia e del suicidio (Next Of Kin). Tradotta in suoni, la chiave di lettura è unica ed estremamente efficace: partire dalla voce, diluirla sugli arrangiamenti piano/chitarra e sfoderare l’armonica come una lama tagliente, gelida come raffiche di vento che aprono tagli sul viso.

Legato a un’idea romantica di folk, il disco riesce a piegare quest’ultima all’economia di quasi tutti i brani, alternandola a partiture voluttuose di piano (Mamah Bortwick) con le quali basterà socchiudere gli occhi per ritrovarsi risucchiati in un vortice dove il Neil Young di Harvest e il Bob Dylan di Blood On The Tracks s’incontrano in nuovo universo sonoro ricco di possibilità. Con tali presupposti potrebbe accadere di tutto, eppure Ruminations decide d’accordarsi al solo crollare lieve dei fiocchi di neve poco fuori dalla finestra. Nessun colpo di coda, ma solo un flusso di coscienza che ti respinge ed attrae come in un estenuante circolo vizioso.

Le scurissime ballads di Conor Oberst sono la voce di un animo, ad oggi, venuto allo scoperto solo in parte; colpa anche di quel distacco cercato dal Nostro rispetto alla sua platea di aficionados. Anche se non volontariamente, qui il musicista si scopre, confidandosi e facendoci sentire come quell’amico che – in You All Loved Him Once – cerca per ubriacarsi fino a farsi buttare fuori dal locale.

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