Recensioni

È cosa nota, i Brian Jonestown Massacre hanno una palpabile influenza sulla musica rock-psichedelica contemporanea. Non solo nel sound, ma anche nello stile. Il pubblico dello Spazio 211 di Torino, non a caso, è fatto di capi di pelle (malgrado i 36 gradi), amanti del folk rock alla Lee Hazlewood, nuovi hippy che sembrano venuti più per Skrillex che per un concerto rock. Ma, tant’è… se si guarda l’anagrafica, ce n’è davvero per tutte le età. I BJM sono una band di culto, un punto fisso di un mondo in continuo mutamento.

L’altro lato della medaglia è che il loro leader indiscusso, Anton Newcombe è un perfezionista, un visionario, che spesso per questo viene additato come “difficile”. La conseguenza è che spesso fa partire i pezzi per poi interromperli dopo aver sentito una chitarra scordata, un beat mal posizionato; fra un pezzo e l’altro si prendono il loro tempo. Cambiano o riaccordano le sei corde, si cambiano di posto, bevono un sorso di vino, fanno due tiri di sigaretta. Sono qualità antiquate, vintage, molto 60s, che a volte rischiano di far perdere energia e continuità allo show. È una sorta di divismo rock, anche un po’ sanamente menefreghista, che cozza con il panorama musicale attuale, e forse proprio per questo lo rende ancora più affascinate. E poi c’è la discografia: irregolare, anarchica. Senz’altro prolifica o dispersiva, aspetti che dal vivo fanno spazio a un marchio solido, quasi sempre garanzia di qualità.

Il set della quarta serata di T!LT, Turin is Louder Today, è un trionfo di psych-pop-jangle ricco di malinconia e melodia. I brani più interessanti arrivano subito, dalle parti di Anemone e Servo, pezzi mastodontici, ipnotici, che dimostrano la fedeltà di un seguito così devoto.

The Future Is Your Past, l’album uscito a febbraio di quest’anno, è il numero venti in un trentennio di carriera. Dal vivo i pezzi sono ancora più gustosi, contribuiscono a riconfermare la band accanto a classici (Velvet e Stones) e contemporanei (Black Angels e Ty Segall).

Ovviamente anche nella riproduzione live dei brani dell’ultimo disco non esistono regole: sia va da “la nenia psichomalinconica di Fudge” al “rovescio oscuro della summer of love di Do Rainbows Have Ends”. E per il finale, dove si raggiunge il culmine, le chitarre sul palco a pestare sul riff ossessivo di Abandon Ship (tratta dall’omonimo album del 2019) sono addirittura sei (i rodies ne abbracciano una a testa).

Alla fine si superano le due ore di live. Uno show che ha il sapore di una cavalcata lisergica, condotta, in maniera inaspettata e stravagante, da una band che sembra aver raggiunto una condizione atarassica, nella quale fare un concerto equivale a passare qualche ora insieme in sala prove, senza che questo faccia perdere d’intensità la qualità del suono che esce dai loro amplificatori.

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