Recensioni

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Sì OK, dei Brian Jonestown Massacre non si può dir male, ci mancherebbe. Ad avercene di band che dopo quasi tre decenni a tirare la carretta hanno ancora nelle corde dischi come Third World Pyramid, tanto per dire. O che annunciano per l’anno in corso la pubblicazione non di uno, ma di ben due dischi: l’oggetto di questa recensione è un self-titled album che al momento si sa solo che uscirà a settembre. Però è anche vero che non sempre i Nostri riescono a mantenere gli standard d’ispirazione cui ci hanno abituati.

Ad Anton Newcombe e soci si deve forse il cliché tipico della scena neo-psych californiana, che vuole i suoi protagonisti – da Ty Segall in giù – perennemente incurvati sugli strumenti, a suonare di continuo e sfornare dischi a ripetizione. La quantità porta qualità, in effetti, ma ciò che non diventa qualità resta nel limbo, qualcosa di prescindibile, “qualcos’altro”, appunto. In questo senso il titolo del diciottesimo full-length del combo di San Francisco – pubblicato su A Recordings, l’etichetta personale dello stesso Lacombe, e registrato ai Cobra Studio, sempre di sua proprietà, a Berlino – sembra una dichiarazione d’intenti. Oppure farebbe pensare a una svolta nel sound, ma qui siamo fuori strada, visto che ancora una volta il sestetto va sul sicuro, e anzi ha adottato per questo lavoro uno stile meno sperimentale rispetto alle registrazioni più recenti e più vicino al suono tradizionale della band. La parola d’ordine sembrerebbe “normalizzazione”, ovvero che ormai è quasi normale aspettarsi da loro che prediligano la compattezza del suono, la dilatazione, l’afflato lisergico alla linearità melodica e alla forma canzone. In fondo è proprio questo il bello dei BJM: in un’epoca di incertezze, c’è sempre un monolite cui aggrapparsi. Che per carità, se uno è in balia delle correnti va pure bene ma quando s’acquieta la buriana allora sì che qualche inghippo lo si trova.

Per esempio il fatto che questo Something Else a episodi eccellenti (la neilyoungiana Hold That Thought, la strumentale Animal Wisdom, la velvettiana My Love) contrapponga litanie prescindibili, quando non addirittura noiose (la mediocre Skin And Bones, le strascicate e poco trascinanti My Poor Heart e Fragmentation). Nel complesso, non un disco fallimentare, ma la ditta ha fatto – e sa fare, accidenti! – di meglio. Attendiamo il prossimo passo, e per fortuna l’attesa non sarà lunga.

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