Recensioni

Anton Newcombe come non l’avete mai sentito. Oppure sì, se seguite le peripezie di quella che è l’ultima, vera, riottosa rockstar del mondo. Perché se lo seguite, come merita, sapete benissimo che è uno che non si culla sugli allori, anzi, quando ti aspetti il deja-vu ecco che lui sterza a 180° e parte per l’ennesima, sorprendente tangente.
Già chiedersi chi ha ucciso il sergente Pepper significa giocare con la Storia della musica, ma nell’album n. 11 (o abbiamo perso il conto?) Anton i conti li fa sul serio con la sua storia. Con la psichedelia – neo-sixties o acida e imbastardita, che sia – che da qualche lustro ne è segno caratteristico e che in un capolavoro come My Bloody Underground si faceva esplicito omaggio e palese manifestazione alle versioni/visioni più sporche e malate di quel suono. Ma anche con tutte quelle influenze sonore che finora erano rimaste a covare sotto la cenere.
Da un lato una evidente aggressività post-punk da agitatore sonoro quale è (l’omaggio-rendition di She’s Lost Control in This Is The One Thing We Did Not Want To Have Happen), che forse trova la sua ragione d’essere nella matrice europea dell’album: metà islandese, metà berlinese nella registrazione/composizione e pienamente europeo nella formazione (di rilievo in mezzo a uno stuolo di musicisti francesi, tedeschi, islandesi, l’ex Spacemen 3 e Spiritualized, Will Carruthers). Dall’altro, novità delle novità, una neanche tanto latente propensione per ritmi e sonorità nere: di matrice hip-hop old-skool, limitrofi alla house tribaloide, reminiscente di industrial mesh-up alla Kevin Martin (roba tipo The Bug e Techno-Animal, per capirsi).
Who Killed Sgt. Pepper? ipotizza un immaginario ponte tra ’60, ’80 e ’90 che frulla mantra e trip da ecstasy, scorie radioattive e wall of sound classicamente shoegaze in un collage meno estremo, sporco e riottoso rispetto al precedente ma plastico e sintetico. Come poteva suonare un gruppo psichedelico nell’Hacienda semi-house della Madchester dei bei tempi. Ipotesi e possibilità di nuovi percorsi in cui, alla maniera di un famoso album di Spacemen 3, emerge una grossa e lapalissiana verità: Mr. Anton Alfred Newcombe è grande e le droghe sono il suo profeta.
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