Recensioni

Brad Mehldau sembra essere in un periodo di inarrestabile creatività. Ride Into The Sun, pubblicato da Nonesuch Records, arriva dopo i tre album del 2024 (Solid Jackson, Après Fauré, After Bach II), e appare doveroso cercare qualche appiglio per orientarsi nell’ormai ricchissima discografia del pianista di Jacksonville.
L’album appartiene a un indirizzo sempre più consolidato nella produzione di Mehldau, quello legato alla reinterpretazione di brani pop e cantautorali. Una tendenza del resto presente nella sua poetica già a partire da Blackbird dei Beatles nel primo volume del celebre The Art of the Trio (1996). La carriera di Mehldau è infatti punteggiata, seppur con ritmi alterni, da cover di vari artisti – da Paul Simon ai Radiohead, da Joni Mitchell all’adorato Nick Drake. È però solo ultimamente che questa propensione ha dato vita ad interi progetti, come Your mother should know: Brad Mehldau plays The Beatles, registrato nel 2020 e uscito nel 2023. Il disco dimostrava la grande capacità di Mehldau di cogliere l’essenza di un brano e arrangiarlo per piano solo, con risultati solitamente eccellenti grazie a una tecnica e un’inventiva che da decenni lo collocano tra i migliori pianisti jazz del mondo.
Anche in Jacob’s Ladder (2022) Mehldau aveva puntato sul riutilizzo di materiale altrui – stavolta attingendo dal progressive rock (in particolare dai Rush) – inserendolo in un progetto ambizioso che, seppur a tratti gratuitamente enigmatico e non del tutto riuscito, rappresentava un ulteriore tassello in questo fil rouge di arrangiamenti di repertorio estraneo al jazz puro.
Con Ride into the sun il riferimento è Elliott Smith, cantautore noto tanto per la sua vena malinconica quanto per la tragica morte prematura nel 2003, a soli 34 anni. Il nome di Smith è forse più celebre della sua stessa produzione, e poche sue canzoni sono entrate davvero nell’immaginario collettivo. Mehldau però ha forti motivazioni personali oltre che musicali: conobbe Smith a Los Angeles alla fine degli anni ’90, nelle session organizzate da Jon Brion al Largo, locale che diede il titolo all’omonimo album 2002. Per Mehldau fu un periodo di rinascita, coincidente con l’uscita dalla grave tossicodipendenza che lo aveva segnato a New York.
La connessione con Smith era già emersa in Highway Rider (2010) con Sky Turning Grey (for Elliott Smith), sempre prodotto da Brion e con l’impiego di un ensemble cameristico guidato da Dan Coleman, formula ripresa in Ride into the sun. Largo, Highway Rider e questo nuovo album sembrano così comporre una sorta di trilogia, diluita nel tempo e più spontanea che programmata. A rafforzare questo legame c’è anche la cover di Independence Day incisa con Chris Thile nel 2017, primo vero tributo diretto a Smith e inizio di una collaborazione con il mandolinista/cantante che prosegue anche in questo disco.
L’album alterna sonorità e formazioni molto diverse. Dieci tracce sono cover dirette, tratte da vari album di Smith, mentre altre derivano il discorso musicale da sue suggestioni testuali o melodiche. Compaiono anche Thirteen (cover dei Big Star, ripresa da Smith) e Sunday del solito Nick Drake, considerato dal pianista una sorta di «visionary grandfather» di Smith.
La densità del disco è al tempo stesso punto di forza e limite. Gli arrangiamenti orchestrali rischiano spesso di risultare scolastici o didascalicamente melensi, come in The White Lady Loves You More. Più convincenti invece quando restano sul piano coloristico, ad esempio nell’inizio quasi cameristico di Everything Means Nothing to Me, dove il piano dialoga efficacemente con clarinetto e fagotto. Anche l’utilizzo delle voci dà esiti contrastanti: ottima l’intesa con Chris Thile in Colorbars e con Daniel Rossen in Southern Belle; meno centrata invece in Tomorrow Tomorrow, troppo lirica e poco affine alla sonorità “malata” di Smith, o Everybody Cares, Everybody Understands, in cui i cori risultano un po’ fuori contesto.
I momenti più centrati restano quelli guidati dal solo Mehldau: Sweet Adeline e la relativa Phantasy sono un esempio del suo pianismo impeccabile e contemplativo. Anche i passaggi in trio come Between The Bars (con Felix Moseholm e Matt Chamberlain, già presente in Highway Rider) sono delicati e convincenti, così come il duo piano- percussioni Satellite, arrangiamento più originale e caratterizzato da un interplay vivace e incalzante.
Il problema di fondo è forse stato la tendenza ad impostare molto gli arrangiamenti sulle melodie di Smith, quando in realtà la sua forza risiede più nelle scelte armoniche e nelle atmosfere. Il risultato – nonostante l’altissimo livello degli strumentisti – non sempre riesce ad offrire una nuova e convincente prospettiva sulla musica del cantautore, a differenza del precedente omaggio ai Beatles (favorito forse da un repertorio arcinoto e ricchissimo melodicamente e armonicamente).
Ride Into The Sun conferma un’impressione già nota: Brad Mehldau dà il meglio di sé in solo o in piccole formazioni, dove resta un fuoriclasse assoluto. Negli organici più ampi, la solidità degli arrangiamenti a volte vacilla, e l’obiettivo di un utilizzo orchestrale in stile Nigel Godrich resta lontano. Il merito di Mehldau è però evidente: non cede mai alla comfort zone che gli permetterebbe di vivere di rendita, affidandosi a un canone personale già apprezzato da critica e pubblico. Continua a muoversi, sperimentare e rischiare, consapevole che non sempre i risultati saranno perfetti, ma guidato dalla virtuosità che distingue i grandi artisti e dalla necessità di non restare mai immobili.
Amazon
