Recensioni

7.2

Alex Ridha, in arte Boys Noize, è una macchina da consolle, il classico DJ che usa la tecnica per far divertire. Uno che sa fare il suo mestiere da buonissimo artigiano teutonico. In questo Fabriclive, lo sentiamo al 100% focalizzato sulla sua formula house-techno da divertimento. L’uomo tenta di concentrare in 70 minuti i set ben più lunghi del suo normale lavoro: “Ho tentato di riassumere due ore in 70 minuti. I miei set di solito comprendono stili diversi e ogni tanto mixo anche brani veloci. Qui suono un po’ di jackin’ house e techno con pezzi energetici e pazzi, per poi tornare indietro al dub o anche all’electro classica e ai break. Il mio scopo era di combinare tutti gli stili ma rendere la compilation anche ascoltabile. Penso che questo mix sia abbastanza senza tempo, pieno di colori e felice”.

Una dichiarazione che taglia la testa al toro e che descrive bene il set. Si parte con il classico tech-house (Mr. Oizo feat. Marilyn Manson in Solid), per poi passare alla house stile Roulée (Starwin dello stesso Boys); si pesta con savoir faire French (ottimo Warehouse di Surkin), si va a parare sull’inimitabile clubbismo sciccoso di Four Tet (For These Times) e si va giù duri con Gesaffelstein (Aufstand), in un crescendo che alla fine esplode con filtraggi in aperture F-touch (Motor di Tracques), la disco più classica di Dave Clarke (The Compass) e addirittura un remix dei Chemical Brothers per gli XTC (rivisto sempre da Ridha). In chiusa, l’estasi di Apparat (epos Arcadia in rx Boys Noize). 

Altro approccio al clubbismo, molto più inquadrato, è quello di Ben Sims, che nella collana madre del Fabric parte in accelerazione con un trip pesante e senza aperture. Il DJ è uno che si muove nella scena da trent’anni e per molti è un faro, un tecnico (definito, per la precisione e per l’uso di tre giradischi in contemporanea, “The Machine”), già coinvolto in ben nove label e nella conduzione delle serate Machine (insieme a Kirk Degiorgio). Il 73mo volume monografico del club inglese include ben 44 pezzi tra mostri del calibro di Robert Hood e Marcel Dettmann e nomi relativamente più giovani (L-Vis 1990, Gingy & Bordello), insieme ovviamente a brani propri, siano essi in originale o in remix. La cosa che piace di questo trip, è il ritorno alle atmosfere anni ’90, la sapienza nella costruzione della tensione techno con cavalcate e tagli inaspettati, tracce velocissime, spunti con l’unico scopo di immergersi nella notte e nell’oblio. Le clip durano meno di un minuto in media, ma il flow è lineare, sembra di essere tornati indietro di vent’anni, quando tutto era semplice, quando bastava indossare una maglietta con lo smile. Ben Sims rinnova il miracolo con una sequenza velocissima che stupisce per gusto e ritmo, per varietà e stile. Ovviamente senza tregua per l’ascoltatore. Per i non avvezzi sarà un colpo al cuore, ma l’acido a poco a poco tenderà a corrodere anche le cuffie più solide. Effetti collaterali assicurati.   

In chiusura segnaliamo anche una buona prova di Breach aka Ben Westbeech su DJ Kicks. Il tiro è meno movimentato e più da ascolto, come ultimamente sono state le compilation di !K7. Cambiamento dell’orecchio di chi ascolta compilation o mossa necessaria alla vendita? Lasciando perdere le questioni di marketing, il disco suona bene, pompando in abbondanza su bassi e medi, sculettamento assicurato da cocktail e stile come al solito sopraffino. Il montaggio della scaletta fila via bene e varia di poco, restando su atmosfere da pre-dancefloor. In questo sono comunque ottimi il ripescaggio di Pedestrian (Hoyle Road), che ricorda i Telefon Tel Aviv, il pezzo dello stesso Breach inedito per la compilation (Beroving ha uno stomp tribal notevole) e il lato meno pesante di Dopplereffekt (Z-Boson). Ottima la chiusura con il ricordo à la Capricorn di Winx (How’s The Music) e l’omaggio a C.J. (Nightdrive To Bolland di Sabre).   

Tre modi di vedere il dancefloor, uno complementare all’altro. Boys Noize è più ecumenico, e in questo più vicino alla sensibilità francese, anche se le sue origini sono teutoniche. Ben Sims è più squadrato e ortodosso, “darkissimo” e minimal. La sua è la storia della black techno inglese che risorge, quasi con un piglio detroitiano/Underground Resistance. Senza scampo. Stanze e corridoi nerissimi, Sims si muove in una dimensione che più che inglese è da sentimento mittel; il confine si sposta sul macchinico, tagliando pure con qualche doveroso apprezzamento chimico. Insomma più che UK, Belgio. E infine il sapore più mediterraneo/balearico di Breach. Differenze di età che si fanno sentire anche nelle proposte di due dei capisaldi del clubbismo da ascolto casalingo. Fabric più scafato e continentale, !K7 più aperta al giovanilismo e alle spiagge mediterranee.  

Dei tre, il migliore ci pare Sims. Tecnico, disperato, senza possibilità di replica. La sua è l’arte che descrive il disfacimento del clubbing da dentro. La techno diventa arte che descrive la rovina. Un magnifico decadentismo black. Gli altri due stanno una spanna sotto. Da sentire, comunque, magari per i party di fine anno. 

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