Recensioni

Agosto 1986: la gioventù di allora sente sparire definitivamente all’orizzonte i plumbei anni settanta, c’è eccitazione palpabile verso nuove vie da esplorare, nel bene e nel male. In quell’estate, in preda all’entusiasmo giovanile, ci si metteva alle spalle anche il disastro di Chernobyl e la brutta figura degli azzurri ai Mondiali di Calcio in cui l’Italia partecipava da campione in carica: e carichi erano i pischelli, pieni di vitalismo spesso esasperato.
La musica da questo punto di vista non poteva deludere, c’era bisogno della giusta colonna sonora perché negli anni di MTV la vita era quasi un videoclip: ecco perché quando uscì Slippery When wet dei Bon Jovi le antenne si drizzarono un po’ a tutti. Era un disco che riusciva a equilibrare perfettamente le due anime di una generazione di teenager: quella che sentiva l’ormone selvaggio spingere a palla e nello stesso tempo anche quella dolcezza di chi entra nell’adolescenza con animo romantico e sognatore. Anno 2025: Slippery riciccia fuori in una deluxe edition con lati b ecc, vinile picture con liquido incorporato, registrazioni live in un ritorno in auge piuttosto singolare (serie documentario a parte, l’anno scorso la reissue di Livin’ on a prayer in singolo ha raggiunto i dieci milioni di copie vendute) che è tra la celebrazione storica e il ribadire la sua importanza nel mondo musicale odierno.
Come potremmo descrivere a parole il disco? Beh è l’hard rock e il pop che si mescolano perfettamente, melodie cantabili che vanno a braccetto con riff di chitarra sciabolanti, canzoni d’amore, attitudine festaiola che però non disdegna momenti di riflessione working class: anzi, le due cose non erano per niente in aporia considerata la tendenza prolet anni Ottanta a vedere lo svago come un momento di riscatto da una vita di oppressioni (il movimento new romantic docet). John Bongiovanni dal New Jersey, italo slovacco americano figlio di un barbiere e di una fioraia, inizia già nel 1974 a muovere i primi passi nei locali, facendo una gavetta che lo porterà curiosamente anche a cantare in un album del produttore disco Meco: galeotto fu il fatto che il cugino fosse il coproprietario degli studi Power Station, ragion per cui codesto parente sarà il primo produttore della sua band, per l’appunto i Bon Jovi.
Band che – attenzione – si formerà solo dopo la vittoria della canzone Runaway in un contest di una radio locale e del suo successo negli airplay: la demo iniziale era stata registrata con dei session man dello studio di registrazione e bellamente skippata da tutte le case discografiche, ragion per cui questo successo inaspettato mette in luce il grande potenziale del progetto, che ha bisogno però dei giusti elementi per carburare. Con un veloce passaparola, ecco quindi definirsi la formazione ufficiale, col guitar hero Richie Sambora (tour man tra l’altro per Joe Cocker), l’esperto batterista Tico Torres (anche al servizio di Miles Davis) e la sicurezza di Alex John Such al basso e di David Bryan alle tastiere. A quel punto il nome Bon Jovi non è più un semplice nome d’arte di un cantante di belle speranze ma quello di una band intera in cui la somma delle parti è superiore ai singoli: e che si barcamena con una certa scaltrezza tra glam e hair metal, power pop e tensioni mainstream che ancora però non trovano la quadra.
I primi due album, con la Mercury che punta su di loro (ma forse prendendoli con le pinze), sono dei biglietti da visita che, per le ambizioni dei nostri, suonano ancora troppo hard rock e granitici per le orecchie delle masse tanto che il secondo album, 7800° Farenheit sarà in un certo senso disconosciuto dai suoi stessi autori, in piena crisi d’identità (nonostante oggi sia un lavoro di culto tra i fan). La chiave di volta per il successo planetario sarà la mossa di affidarsi a un orecchio esterno, ma soprattutto alla sua penna: prendere come collaboratore alle canzoni Desmond Child, uno con un retroterra che viene direttamente dal pop R e B, sarà una tattica intelligente che darà vita – se non al capolavoro assoluto dei Bon Jovi- al loro disco più centrato e riconoscibile.
Costui oramai a quell’epoca è, infatti, già in territori crossover con il rock duro: ricordiamo, infatti, che è l’autore di “I was made for loving you” dei Kiss, tra i tanti istant success scritti dal suo estro, che in quel momento storico riuscirebbe a trasformare in un successo pop anche il field recordings di una passeggiata al parco. Child è la carta vincente che trasforma i Bon Jovi in un perfetto gruppo metal pop, raddrizzandone il tiro e definendo in un certo senso il genere: Slippery when wet è un disco che di tale attitudine rappresenta lo stato dell’arte, con tre singoli dirompenti che da soli valgono l’album come Livin’ on a prayer, You give love a bad name, Wanted dead or alive, tutti degli anthem clamorosi. E poco importa che “You give…” sia un riciclo di una canzone che il buon Child scrisse per Bonnie Tyler e che non soddisfò i suoi standard di successo (in origine , con il titolo If you were a woman (and i was a man) a malapena arrivò al 77mo posto negli USA): importa poco anche che Livin’ on a prayer, con le sue strofe melodiche iniziali rubate di peso agli Shocking Blue di Venus all’inizio non convincesse per niente Jon e che solo per insistenza di Sambora venne cesellata fino a farne una hit con tanto di talk box come marchio di fabbrica.
Slippery in fondo è un esperimento dall’inizio alla fine, i Bon Jovi si giocano le ultime carte per uscire dalla fame ed entrare nella fama (se ci permettete il banale cambio di vocale finale). E giocoforza Slippery when wet non può che essere un disco tamarro, “popolare”come lo è un camionista che trova conforto alla sua dura vita dalle sue pin up appese al cabinato: la copertina originale vedeva una tettona in shirt succinta e coperta di schiuma (il titolo del disco venne in mente alla band mentre frequentava uno strip club con determinati intrattenimenti, sebbene poi il tiro verrà riaggiustato millantando un riferimento “on the road” ai cartelli stradali), prontamente censurata.
E meno male (leggenda dice che in realtà sia stato lo stesso Bongiovanni a scartarla perché “non gli piaceva il rosa dell’orlo”!!!): sarà infatti sostituita al volo con la foto di una busta della monnezza bagnata col titolo scritto in punta di indice nell’acqua, che in qualche modo rende la grafica credibile e senza compromessi, quasi punk (a primo acchito sembra che il titolo sia scritto con lo sputo). Appunto in equilibrio tra mito e cazzeggio, come una mosca bianca che sempre mosca è e sempre di merda si ciba. Sotto non c è la rete di protezione, basta un piccolo passo falso (che so, un riff , un testo, un vocalizzo mal piazzato) e si precipita rovinosamente: i riempitivi in un disco normale saltano subito all’orecchio, e in questo caso invece sono pensati come una cornice intorno al quadro delle hit single e funzionano perfettamente come giubbotto antihaters. Che chiaramente, in un periodo in cui i metallari ci tenevano a essere zozzi e maleducati, ci saranno: ma non è certo colpa del nostro italo slovacco se in breve tempo le ragazzine ne fanno il loro idolo, è nato belloccio.
E d’altronde i Bon Jovi non vogliono rimanere confinati in una nicchia che ama odorarsi le scoregge. Vogliono invece abbracciare musicalmente tutta una generazione che si barcamena nel groviglio esistenziale del periodo reganiano, che cerca riscatto come ogni working class hero che si rispetti: Livin’ on a prayer, ad esempio, potrebbe tranquillamente venire dal repertorio di Springsteen per le sue tematiche di riscossa proletaria di una coppia il cui amore è lotta per la sopravvivenza fino alla vittoria. E allo stesso tempo mira al pop interclassista, aka a fare proseliti al di là delle barricate tanto che s’insinua nelle orecchie con una spontaneità cui si perdona tutto, anche le ingenuità come il titolo di “Love is a social disease” scippato agli Aerosmith.
E soprattutto c’è un collegamento con il passaggio storico dalle musiche underground al mainstream, soprattutto col metal sdoganato alle masse. Wanted… non è forse una proto Nothing else matters? Bob Rock, qui ingegnere del suono, non ha infatti poi traghettato – per l’appunto – una band thrash come i Metallica nell’olimpo del pop patinato con il Black Album? il produttore di Slippery non è forse Bruce Fairbairn che da quel momento farà fare collezione di dischi di platino a gente come gli Aerosmith, Ac/Dc, Poison , Van Halen e addirittura i…Cranberries? Esatto, e tutta questa “rivoluzione soft metal” che s’imporrà negli anni novanta era già nei Bon Jovi di Slippery: i ragazzi sanno suonare e non temono confronti, in quanto sono esattamente quello che vogliono essere, cioè una band per tutti.
Qui sta la grande differenza con i succitati Metallica (presi ovviamente come campione di un andazzo): dischi come il Black Album nascono ibridi con un piede ai fan duri e puri e l’altro nella qualunque del mercato. In questo caso è invece puro sogno americano: della serie “siamo giovani e ci prendiamo quello che ci spetta”, ma quello che viene preso è restituito al pubblico in maniera genuina e colma di gratitudine, lontano dalle arroganze individualiste o dei capricci tipici del rock biz. Il punto debole però è proprio questo: posto che Slippery è una specie di monumento a un certo suono eighties e quindi da considerarsi un classico, è invecchiato bene?
Beh assolutamente no: musicalmente non c’è una cosa di quest’album che non sia stata oramai decodificata, saccheggiata, ultra reiterata, oramai a tutti gli effetti assorbita dall’AOR. Ha fatto talmente scuola sia nel metal sia nel pop che – se allora suonava fresco – oggi sembra più che altro congelato in un’epoca storica irripetibile e quasi da rimpiangere (Magic di OPN, piaccia o meno, è ad esempio figlio dell’“effetto Bon Jovi”). Tant’è che entusiasta di Slippery, il sottoscritto comprò il successivo New Jersey pentendosene amaramente, tanto che lo rivendette subito mettendo una pietra sopra il suo interesse per la band, che da allora è diventata una fotocopia di se stessa trasformandosi da gruppo per la gente a complessino per i soldi.
L’attualità di Slippery quindi non sta tanto nel suono (fermo restando che il revival è sempre dietro l’angolo, lo dimostra la fame di rock che serpeggia sotto il tappeto del facile ascolto) ma nello spirito. Che in un epoca come questa di homo homini lupus è ancora potentissimo ed è lezione di vita sintetizzata in una sola, infiammante, frase: “take my hand and we’ll make it, i swear”
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