Recensioni

5.2

L’ultimo album si chiamava, didascalicamente, 2020, come l’anno di pubblicazione. Ora quei due 20 idealmente si sono sommati restituendo un tondo 40, ossia i loro anni di carriera (se la si intende a partire dal primo LP). I Bon Jovi entrano negli “anta” e lo fanno a modo loro: rumoroso, appariscente, pomposo. In una parola, cafone.

L’irresistibile tamarragine dagli effluvi 80s caratteristica del combo trova l’ennesimo sfogo nella sedicesima fatica in studio, intitolata Forever quasi come a voler liberare concettualmente quel tempo fissato dal titolo della precedente prova e perdersi nell’eternità. Del resto il primo singolo scelto, e primo dei 12 brani presenti in scaletta, si chiama Legendary. ‘Na cosetta, insomma, sempre umili loro.

Che poi a dirla tutta non c’era questo gran bisogno che Jon e soci ribadissero al mondo di sentirsi leggendari: a questo hanno già pensato 135 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, un vasto catalogo di inni di successo, migliaia di concerti tenuti in carriera in più di cinquanta paesi, l’entrata nella Rock & Roll Hall Of Fame e – ultima ma solo in ordine di tempo – la docuserie celebrativa in quattro parti Thank You, Goodnight: The Bon Jovi Story, disponibile su Disney+.

Già 2020, come del resto buona parte della loro produzione post 2000, insisteva nel perpetuare una formula sempre più stantia destinata esclusivamente ai fan, ma evidente a quelli di bocca buona, attraverso una lunga sequela di dimenticabili (e dimenticati) album e singoli realizzati col pilota automatico. D’altra parte la formula hard/hair metal degli esordi è da un pezzo che, nel loro caso, ha ceduto il passo al pop della peggior risma.

In questo senso poco o nulla aggiunge un disco che alla fine non è che l’ennesimo suggello, semmai ve ne fosse bisogno, dell’entrata del gruppo in un’altra galleria: il museo delle cere. Forever è la colonna sonora di una parata (auto)celebrativa da sbadigli, una di quelle dove se ti siedi a guardare rischi di farti una pennica come il Berlusca alle cerimonie ufficiali quando governava. E a poco servono spolverate di giovanilismo come i cori da stadio à la Coldplay a sostegno della summenzionata opening track o pinnate classic rock in stile Kings Of Leon come We Made It Look Easy, anche perché già di loro né Chris Martin e soci né la band dei fratelli Followill sono più di primissimo pelo. Ma questo sarebbe il minimo.

Con The People’s House si scade ai livelli del Robbie Williams di Feel e con la conclusiva e folkeggiante Hollow Man i Nostri sembrano voler fare il verso (più un versaccio però) a un altro illustre newjersey-iano come Bruce Springsteen. Ma anche in questo caso il peggio addaveni’, perché ancora più puerili e ai limiti dell’autoparodia appaiono power ballad “da scortico” come Waves, veri e propri autoplagi come Living Proof (praticamente una It’s My Life post-pandemica) e Walls Of Jericho (una Bad Medicine sì, ma scaduta) e melensi lentoni acustici ispessiti (si fa per dire) dal piano come Kiss The Bride e I Wrote You A Song. Roba d’altri tempi, insomma, l’ideale magari per un concertone rock da arena estiva con tanto di accendini alzati al cielo. L’importante è che non si resti troppo col fuoco acceso, altrimenti il rischio è che la cera si sciolga.

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