Recensioni

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Ascoltando il lead single dell’album, Remember We Were Lovers, una romantica ballata dal gusto AOR e MOR con rinforzo di fiati Memphis sul finale, avevamo temuto il peggio. Di un Bobby Gillespie (Primal Scream) alla prima prova solista alle prese con una versione scozzese di Rattle And Hum (o peggio un Bryan Adams esistenzialista, affranto dalle pene d’amore) non sentivamo certo il bisogno, senza contare che in un disco così Jehnny Beth (Savages) ci sarebbe stata come i cavoli a merenda. Niente paura, quella era soltanto la parte più sfacciata – e a ben ascoltare neppure troppo stigmatizzabile – di un disco più delicato, ispirato da un country rock sospeso tra blues, soul e funk (Chase it Down) e avvolto in una elegante drammaturgia d’archi.

Beth e Bobby si sono incontrati per la prima volta nel 2015, in occasione di uno show accanto ai Suicide al Barbican di Londra. L’estate successiva la prima si è unita ai Primal Scream al completo sul palco per la cover del classico di Nancy Sinatra e Lee Hazlewood Some Velvet Morning, brano che nella versione arrangiata dalla band su Evil Heat godeva della presenza di Kate Moss. Un paio d’anni più tardi i due, armati di taccuino e altri appunti musicali in forma elettronica, si sono ritrovati a Parigi per la registrazione di Utopian Ashes, accompagnati dal partner musicale di Beth, Nicolas Congé, in arte Johnny Hostile, al basso, e dal resto della band di Gillespie, ovvero Andrew Innes alla chitarra, Martin Duffy al piano e Darrin Mooney alla batteria.

Prende forma un concept sulla fine di un amore prodotto e arrangiato come un album degli anni ’70, con studio di registrazione come si deve e tutto il necessario. La coppia artistica guarda in particolare alle frange del country più vicine al rock e alla psichedelia, pescando cioè a piene mani da un album come Grievous Angel di Gram Parsons (che lì si era riunito con Emmylou Harris) e attingendo altrettanto copiosamente dal Saccharine Underground di Hazlewood, un country soul in CinemaScope ripassato nella sabbia deserto. Visto che di duetti country parliamo, vengono tirati in ballo anche Tammy Wynette e George Jones, noti come la “prima coppia” del country, ma solo per sostituirne il sentimentalismo (un esempio: Never Grow Cold) con un’iniezione di realness senza che però la musica perda in trasporto e romanticismo.

Per Beth, che sulla drammaturgia ha fondato uno stile non solo canoro ma anche attoriale, è stata una questione di creare dei personaggi per un romanzo e metterci dentro un po’ di sé, ovvero un po’ di quell’autenticità che dal singolo individuo punta all’universale. Per Bobbie, viceversa, tutto parte dall’esperienza, e questa, fondendosi con la fantasia, porta alla creazione e all’arte. Entrambi scelgono di ambientare le loro storie in un’Europa ancora giovane, vestita d’impeccabili completi altezza Walker Brothers, outfit con i quali ballare un walzer immaginando l’America (il noir anglo-francese English Town), camminare all’aria aperta su un dolceamaro motivo r’n’b (Your Heart Will Always Be Broken – immaginatevi Mick Jagger con Ian Stewart seduto al suo fianco al pianoforte), oppure ancora scegliendo il portico e la notte con chitarra e archi a punteggiare i pensieri e farsi barometro dei sentimenti.

Riuscito grazie all’innegabile talento di entrambi e all’esperienza dell’intero team di strumentisti coinvolto, Utipian Ashes risulta debole soltanto da un punto di vista testuale – i testi sono un poco didascalici, tocca dire – difetto ampiamente compensato dalla qualità delle performance canore e dalla generosità, calore e varietà degli arrangiamenti. Non stiamo parlando del compitino ben fatto, neppure di un’alchimia particolarmente magica, ma di un più che dignitoso artigianato. Quanto le cose son fatte così bene, farsi sedurre è un attimo.

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