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See you soon. Alla fine è solo un saluto ma può sembrare una promessa. Bob Mould quest’anno ha fatto parlare di sé su tre fronti. Ha pubblicato un nuovo album, Here We Go Crazy, annunciato la reunion degli Sugar, ed è uscito da pochi giorni un live degli Hüsker Dü che ha recuperato dagli archivi un intero concerto del loro annus mirabilis, il 1985.
Sul palco non parla molto. Tra una canzone e l’altra a stento tira il fiato. Suona con veemenza e con un trasporto che puoi solo ammirare, riconoscere, assecondare. Non fai fatica a immaginarlo da giovane quando suonava rimbalzando contro i muri – così raccontano: peccato non averlo visto allora ma con l’età purtroppo si va avanti, e non si torna indietro. È pimpante, elettrico, come la sua Stratocaster nera: quando può lascia il microfono e scatta per il palco, e allora sembra che sia la chitarra a trascinarlo con sé, il suo modo di suonare a trasportarlo fisicamente, non solo il senso dello show. Qualche piccola pausa tecnica per bere, asciugarsi la faccia, per accordare. Ma a un certo punto del concerto si ferma per dire qualcosa, e si capisce è qualcosa di sentito. E di importante.
Chiede scusa. Scusa da parte sua e di tutti i reasonable americans. Scusa per quello che è diventato il suo paese. Eppure non ha colpe, sono più di quarant’anni – la «maggior parte della mia vita da adulto» – che scrive canzoni contro tutto ciò che in pratica è l’America di oggi. «La spiegazione che posso darmi è che siamo un paese giovane, non avevamo ancora visto ancora niente di tutto questo. Quello che possiamo fare è cercare di uscirne tutti insieme».
Bob non è Jello Biafra, le sue canzoni non saranno state politiche in senso stretto, ma il sentimento che esprimevano prima di tutto era quello di un’opposizione, un’opposizione esistenziale alle regole di un mondo in cui non ci si poteva e non ci si può tuttora riconoscere («Someone else’s rules, not mine» cantava lui in Something I Learned Today ai tempi gloriosi degli Hüsker Dü, un pezzo che riscuote ancora tanto entusiasmo: due ragazzi davanti a me si scatenano non appena sentono risuonare i primi accordi). Se esiste quella cosa bellissima e controversa chiamata indie rock lo dobbiamo anche a lui. E la rivoluzione introspettiva che gli Hüsker Dü avevano portato nell’hardcore vive ancora.
Non soltanto perché nella stessa città, a meno di tre chilometri dal Legend Club, una curiosa coincidenza vuole che l’Alcatraz sia sold out per i Turnstile – che, con le dovute proporzioni e tutte le distanze anagrafiche del caso, sono una nuova appendice, per certi versi inaspettata, di quella storia. Ma perché il canzoniere di Bob è ancora attuale – e lo sarà sempre, perché le corde che tocca rimangono sempre vive, perché quelle emozioni vibrano ancora, vibrano da sempre nei pezzi da brivido che hanno scandito gli otto anni di vita degli Hüsker Dü – anni importanti, per parafrasare un’altra sua canzone straordinaria (che però non è in scaletta) – e continuano a vibrare nei suoi ultimi album. Che non si potranno paragonare al passato, ma contengono sempre qualche canzone degna di una piccola antologia live in formato solo che sta portando in giro per il mondo (The Descent per Silver Age, War per Beauty and Ruin, la title-track per Here We Go Crazy).
Di cui ci piace ricordare un pezzo in particolare. Non lo ha scritto Bob: è Never Talking to You Again. Un omaggio a Grant Hart: lui non lo dice, ma tutti lo pensiamo. E ne siamo felici.
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