Recensioni

Da quando ha (ri)trovato un power trio stabile – con Jason Narducy e Jon Wurster che lo accompagnano dalla fine degli anni zero e sono una presenza fissa in studio – Bob Mould ha recuperato una dimensione “da band”, e uno sprint che lo ha riportato vicino alle memorie dei vecchi tempi, quando era leader di altri terzetti memorabili. Da questa svolta che possiamo collocare all’altezza di Silver Age, l’album del ritorno al “punk rock” tout court nello spirito e nel volume, che staccava in maniera furente rispetto alle sue pagine più cantautorali in senso classico (la fase electro-dance è stata tutto sommato solo una parentesi), Mould ha pubblicato una serie di dischi all’altezza delle aspettative sempre alte per chi ha segnato a suo modo un’epoca come ha fatto lui; qualcuno, sì, più interlocutorio (Beauty & Ruin), altri più stimolanti come Sunshine Rock. Blue Hearts colpiva più che altro per il furore sonico, abbinato a un messaggio politico (manifestamente anti-Trump) espresso retaggio dei vecchi tempi hardcore: un ritorno di fiamma causato da certi déja vu che sembravano legare gli Stati Uniti attuali a quelli di allora.
Guardando i titoli in scaletta ci si aspettava quasi che Here We Go Crazy, titolo adattissimo per il momento politico che stiamo vivendo, potesse essere un pezzo di protesta, e Neanderthal un’altra invettiva politica. Non è così. Sono due brani, i primi del nuovo album, in cui Mould più che lanciare anatemi guarda dentro il suo mondo personale da una prospettiva diciamo complessa, tra disincanto, consapevolezza, ironia e uno sguardo problematico anche su quello che succede all’esterno (tra fuoco e costellazioni minacciose, il segno del tempo che stiamo attraversando c’è tutto).
La title-track, ispirata a suo dire dal luogo in cui Bob vive ora con suo marito, circondato dal deserto e dalle montagne, apre il disco in maniera maestosa. È la ballata distorta in cui Mould fa vibrare fragorosamente tutta la sua eloquenza elettrica di paroliere, con immagini vivide ed emozionali, e di cantautore, con il suo senso per la melodia. Anche se a prevalere è di gran lunga il power pop concitato di Neandterthal, Breathing Room, Hard to Get, Fur Mink Augurs o Need to Shine – che spalanca memorie di Copper Blue degli Sugar o addirittura di un Warehouse: Songs and Stories degli indimenticati Husker Du un po’ più stemperato – è quella iniziale, musicalmente, la graffiata d’autore che con tutta probabilità assoceremo d’ora in poi a questo disco.
Ce ne sarebbero anche altre, meno incisive – When Your Heart Is Broken, che avrebbe avuto le qualità per diventare una piccola hit qualche anno fa, o Lost or Stolen, nel suo afflato tutto cantautorale –, con la parziale eccezione di Sharp Little Pieces, affilata quanto il testo (be the martyr of a generation, I tried canta a un certo punto Mould ed è difficile non pensare che sia in qualche modo autobiografico): qui anche in poco più di due minuti riconosciamo il songwriter di razza, che dopo aver guidato a strattoni la sua melodia trova un modo di risolverla veramente da brividi come ai bei tempi, agganciandola a una emozionante variazione finale.
L’immagine di queste “piccole schegge rimaste sotto la pelle” rende l’idea di che cosa significa oggi ascoltare la musica nuova di questo veterano. Avrà pure esorcizzato certi suoi demoni ma l’ex Hüsker Dü appare ancora un non riconciliato, un irrequieto, che ci mostra il suo lato double-face, dolce-ruvido, anche in quella che sarebbe l’apoteosi sentimentale della conclusiva Your Side (una promessa di amore eterno prima sussurata e poi affidata a un poderoso ritornello). Non è mai scontato avere a che fare con Mould: ma è il bello per chi lo ascolta e va benissimo così.
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