Un complesso inglese, dunque. Da cinque anni alla ribalta della musica inglese con grande prestigio. L’ultimo disco ha venduto 1 milione di copie… …In particolare con i testi che presenta questo complesso …che è stato addirittura paragonato ai Bitles*… Li chiamano in nuovi Bitels*… Il titolo del brano Charmless Man. Un uomo senza fascino. Apparentemente perfetto, educato. Ma noioso da morire…
Pippo Baudo
Sarà un segno dei tempi, saranno le recenti direzioni artistiche, ma è già da un paio di edizioni che a Sanremo latitano ospiti internazionali, siano essi popstar o artisti di culto. Gli ultimi sono stati nomi del calibro di Cat Stevens, Rufus Wainwright, Elton John, Ed Sheeran, Robbie Williams, James Taylor, Sting, Dua Lipa; da un paio d’anni, tra dichiarata autarchia italopop (e relative esportazioni, vedi alla voce Mahmood e Maneskin), predominanza talent e – ovviamente – pandemia, non vi è traccia di artisti stranieri di sorta. E dire che, un tempo, la loro presenza non solo era la prassi, ma capitava che scendessero in gara a fianco degli artisti italiani, cimentandosi anche nella nostra lingua (Wilson Pickett che spalleggia Battisti nel ’67, per dirne una).
Segno dei tempi, si diceva, ma anche tendenze commerciali e discografiche, nonché precisa volontà artistica; fatto sta che sembrano lontanissimi, per dire, quegli anni ’90 in cui potevi vedere sul palco dell’Ariston anche gente del calibro del divino David Bowie (forma smagliante e ghigno luciferino, promozione di Earthling), o gli allora newcomer Kula Shaker, passando per i R.E.M. (gestione Fazio, con ricordo commosso dell’amico Francesco Virlinzi) fino alla “discussa” esibizione dei Placebo con quel trasgressivissimo calcio all’amplificatore (sì, come no); senza bisogno di tornare indietro all’87, quando al Palatenda di Sanremo passarono – in rigoroso playback, come era capitato tre anni prima a certi Queen, relativamente poco famosi in Italia, incredibile dictu – addirittura gli Smiths…
L’esibizione che però a nostro avviso ha lasciato più il segno tra quelle di questo calibro è stata senz’altro quella dei Blur, il 20 febbraio 1996. I re indiscussi del Britpop non erano certo il nome più atteso tra gli ospiti stranieri di quella edizione; a parte un tal Bruce Springsteen (ehm), i Take That avevano da poco perso Robbie, e pur in quattro e con una sciapa cover di How Deep Is Your Love furono probabilmente loro la band inglese a catalizzare l’interesse del pubblico generalista.

D’altronde, era normale allora per qualunque artista discograficamente forte – si vendevano ancora i dischi, a quel tempo – andare a promuovere alla tv italiana, come se si trattasse di una versione extralusso di Top Of The Pops; il pubblico, insomma, c’era abituato a quel tipo di intermezzi. E poi quello era l’anno della Terra dei Cachi e dei Neri Per Caso; il pubblico aveva le sue distrazioni, ecco. Eppure, qualcosa di memorabile successe comunque, in quello che doveva essere un comunissimo passaggio televisivo di routine.
Albarn & Co. erano reduci dalla battle of britpop dell’estate ’95, ovvero dall’aver vinto la battaglia contro gli Oasis con il singolo Country House per poi aver perso, sulla lunga distanza, la guerra con il pur ottimo The Great Escape. L’album era stato pubblicato ormai diversi mesi prima, e il gruppo, dopo tre anni di fuoco che li avevano visti ascendere alla gloria nazionale – ed europea – con lavori epocali come Modern Life Is Rubbish e soprattutto Parklife era irrimediabilmente dilaniato da tensioni interne, artistiche e personali. Il Britpop stava implodendo inesorabilmente, anche se per noi era relativamente una novità; e così rischiavano di fare i Blur.
Il pubblico catodico italiano, però, non poteva immaginare tutto questo e quindi immaginatevi la sorpresa e lo sconcerto quando, annunciati dalla professionalità sicula del Pippone nazionale, i Blur si presentano – sempre in rigoroso playback – con Charmless Man. Dopo la pythonesca camminata buffa e canzonatoria di Damon Albarn alle spalle di Baudo, già di per sé indicativa, il cameraman della Rai stacca su un cartonato a dimensione reale di Graham Coxon, messo lì come nulla fosse al posto del vero chitarrista. Che si era rifiutato di partecipare all’ennesima pantomima, lasciando presagire quei contrasti che avrebbero portato prima alla cruciale svolta stilistica dell’album omonimo (registrato nei mesi successivi), poi all’abbandono.

Ma non finisce qui; non era forse diverso, e decisamente un po’ più belloccio di così, Alex James? Certo, perché al basso c’è Smoggy, la bodyguard di Albarn. Il professionalismo e l’aplomb del frontman e del batterista Dave Rowntree, che portano fino in fondo l’esibizione con convinzione e nonchalance, rende il tutto ancora più surreale.
Non è dato sapere quanti abbiano realmente capito cosa fosse successo quella volta (anche perché nessuno, né prima né dopo, fornì alcuna spiegazione o commento). Noi sì, e a ricordarlo ancora, ne restiamo beati e con un pizzico di rimpianto (con buona pace delle bizze di Brian Molko, e un’analogia immediata con le esibizioni, altrettanto trollose, dei Nirvana a Top Of The Pops, o dei Muse dalla Ventura; ma queste sono altre storie).