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Nell’ascoltare il sesto album dei Bloc Party, che arriva a sei anni dall’ultima prova in studio, quell’Hymns tutt’altro che da cestinare, si rifletta sull’anno di pubblicazione: 2022, che è un attimo a sbagliarsi e scrivere 2002. In effetti Alpha Games sarebbe potuto uscire vent’anni fa (vero: l’LP d’esordio dei BP è del 2005, ma il senso è quello) e nessuno avrebbe avuto da ridire.

Chitarre schiumanti rabbia, sezione ritmica da apocalisse e afflato dance-punk riportano dritti a epoca e filone indie di inizio 00s di cui i BP furono tra i capofila. Si dirà: e il rinnovamento? E lo sviluppo del proprio stile? Niente di tutto questo, perché in fondo con un gruppo come loro c’è poco da zazzare, e in fondo va bene così. Anche perché coi tentativi di aprirsi nuove brecce i londinesi avevano già ampiamente dato proprio con il suddetto ultimo capitolo in studio datato 2016, allorquando lo sdoganamento di elementi dubstep, r&b, chamber-pop e kraut aveva fatto storcere la bocca a qualcuno, pur non essendo affatto peregrino.

Qui invece i Nostri tornano al nocciolo e lo si era già capito dalla strabiliante Traps, al contempo singolo di lancio e seconda traccia in scaletta, dove sei-corde risentite al limite del livore, mitragliate di batteria e piglio danzereccio si erano ripresi la scena in modo prepotente da par loro tanto da far ammettere ai ragazzi che fin dall’inizio avevano deciso che il pezzo, il quale riporta dritti alle sonorità degli esordi, sarebbe stato l’antipasto del disco. Ma non è solo quello. Rough Justice è claustrofobica e metrolitana, Callum Is A Snake è lercia e inviperita, e l’opening Day Drinker è un concentrato di combat-rock stradaiolo come solo maestri del genere quali sono i BP sanno confezionare.

Kele Okereke e soci si (ri)danno alla guerriglia urbana indossando canotta e jeans sdruciti e tornando a tirare mazzate con una mano e catenate con l’altra come ai bei tempi; e se c’è da abbozzare si fanno scudo coi coperchi dei secchioni della spazzatura raccattati nei vicoli. Del resto The Girls Are Fighting è un grido di battaglia e con If We Get Caught (per chi scrive, di gran lunga l’episodio migliore del lotto) i Nostri sembrano rassicurarci che qualora venissero catturati non farebbero gli infami. C’è un codice a cui obbedire e il quartetto non contravviene neanche negli episodi appena più concilianti (Of Thing Yet To Come con quell’incedere epico à la Interpol e chitarre estatiche se vogliamo addirittura in stile U2, e Sex Magik con le sue atmosfere onirico/ovattate anni ’80) perché la lotta è dura e non s’abbandona, almeno fino alla conclusiva The Peace Offering che calma gli animi e dimostra che no, non è difficile seppellire l’ascia di guerra se davvero lo si vuole.

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