Recensioni

A seguito della parabola discendente tracciata da A Weekend In The City (2007) ed Intimacy (2008), entrambi ben lontani dai fasti di Silent Alarm (2005), difficile credere che i Bloc Party avessero ancora qualcosa da dire. Il rock-oriented Four – che segue la pausa a tempo indeterminato post-terzo album (e durata poi effettivamente due anni), nonchè le trascurabili prove soliste di Kele Okereke e Russell Lissack – è un disco a rischio zero e citazionista all’ennesima potenza.
Funziona fintanto che l'intento orientato al rinnovamento delle scalette live mantiene una certa dignità e quantomeno dà parvenze di stimoli concreti, ovvero in corrispondenza dell’infettiva 3×3 (con encomiabile performance vocale di Okereke) e dell’istigazione al mosh-pit qual è la DFA1979-inspired We Are Not Good People; fallisce quando recapita filler puri (Real Talk, V.A.L.I.S., The Healing), si limita alla conservazione dello “status symbol NME” con scimmiottamenti Muse (So It Begins To Lie) e scialbi collage (Coliseum replica l’intro di Loser di Beck e vira poi punk-rock, dalla Blur-via-Daft Punk Octopus viene riportato con variazione minima il riff in Team A, questa volta sotto ottica Red Hot Chili Peppers). Chiudono il quadro e sottolineano a maggior ragione il drammatico vuoto creativo Day Four e Truth, idealmente due ripescaggi dal calderone A Weekend In The City ma con lo sforzo sulle liriche ancor più ridotto all’osso.
Con Okereke già intento a riavviare il continuo gioco di conferme e smentite sul futuro della band, al momento Four è il peggior disco di sempre dei Bloc Party.
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