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“Our strongest material to date”. Così i Black Mountain hanno annunciato il loro quarto album, intitolato semplicemente IV in puro stile anni 70. La formazione guidata da Stephen McBean si rifà non a caso all’elettricità più classica e robusta, vantando un’imponenza che la rende capace di reggere sulle spalle rimandi storici ingombranti e un certo immaginario old school in generale via di esaurimento, ma al tempo stesso potendo contare su una freschezza attualmente senza pari nel genere di riferimento. L’imponenza di cui sopra è ravvisabile sia nel sound, sia nelle scelte strutturali: abbiamo a che fare con dieci brani per quasi un’ora di durata complessiva, in collegamento ideale con il capolavoro del 2008, il monolite distopico In The Future, in fatto di aggressività e propensione verso episodi talmente espansi da divenire quasi delle vere e proprie suite. Un dietrofront, dunque, rispetto al precedente capitolo di studio, Wilderness Heart del 2010, che si orientava verso pezzi più concisi e pop-folk.
Eppure la band canadese stempera ogni eventuale eccesso di magniloquenza e realizza il lavoro più vario della sua carriera, ricorrendo all’impiego di una ricca strumentazione e confermando in cabina di regia Randall Dunn (Master Musicians Of Bukkake, Sunn O))), Earth, Marissa Nadler, Akron/Family…), che ha seguito la maggior parte delle incisioni nei suoi Avast! Studios di Seattle, dove è poi passato a dare una mano il bassista Arjan Miranda. Sarà anche perché ciascuno dei componenti in line up riporta alla casa-madre le differenti esperienze accumulate nei vari progetti paralleli: McBean con i suoi Pink Mountaintops e in misura minore con gli Obliterations, Amber Webber e Joshua Wells nel duo Lightning Dust, Jeremy Schmidt con l’alias Sinoia Caves.
Scelto come singolo apripista e collocato in apertura di scaletta, Mothers Of The Sun si sviluppa per oltre otto minuti di elettronica vintage e riff di chitarroni dal marchio inequivocabilmente Black Sabbath. L’amore per la dilatazione ritorna più avanti con (Over And Over) The Chain e Space To Bakersfield, magnifiche con il loro intreccio di synthscape, psichedelia e krautrock da autentici fuoriclasse. Le voci di McBean e della Webber, in alternanza o più raramente all’unisono, tanto strascicata la prima quanto elegiaca la seconda, conferiscono dinamismo e vivacità: si senta la più rilassata e suadente Defector, che naviga su scenari spacey alla Tangerine Dream, oppure il dream prog di You Can Dream e gli eco bowieani di Cemetery Breeding. A conferma dell’eclettismo del quale parlavamo prima, Line Them All Up e Crucify Me si affidano invece a giri acustici e melodie tradizionalmente struggenti, l’una con una Wells in modalità novella Grace Slick, l’altra con un McBean in versione filo-bucolica. Il tiro si rialza con Florian Saucer Attack, saetta policroma di divertito e divertente boogie che non può che far venire in mente di riflesso i Flying Saucer Attack, e l’incalzante Constellations: la voglia di giocare, i cinque musicisti, l’avevano del resto già abbondantemente palesata nell’inclassificabile esordio omonimo del 2005. La saga dei Black Mountain prosegue così ad altissimi livelli, lasciando il suo marchio – ovviamente, a fuoco – sul rock del nuovo millennio.
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