Recensioni

6.8

Chissà se c’è lo zampino di produttori esperti come David Sardy e Randall Dunn nel ritorno di un po’ d’equilibrio in casa Black Mountain. Registrato principalmente a Los Angeles, Wilderness Heart vede i due di cui sopra – in curriculum tra gli altri Johnny Cash, Sunn O))) e Six Organs Of Admittance – affiancare Stephen McBean nel nuovo tentativo di conferire freschezza a memorie seventies rock fatte di “progressivi” empirei e riff sabbathiani, di citazioni Deep Purple e oasi acustiche. Diresti che qualcosa s’è guadagnato nella discesa in California e nell’aver aggiunto ingredienti a una ricetta che sinora ha soddisfatto solo in parte con un esordio disinvolto e il tronfio seguito In The Future. Di conseguenza, questo difficile terzo album avrebbe dovuto sciogliere le perplessità sul progetto e nondimeno è una missione incompiuta, la solita convivenza tra stereotipo, mestiere e ingegno che rimarca l’impossibile credibilità di questi linguaggi se non ci si libera dell’ammuffita seriosità originale.

Perché da un lato apprezzi gli scintillanti Black Crowes aciduli e candeggiati (The Hair Song) e i Mudhoney che assumono anfetamina con Lord e Blackmore (Let Spirits Ride), piace il singolo Old Fangs che trotta da un raduno di Harley Davidson e la fa franca evocando i Blue Oyster Cult sull’orrido di Smoke On The Water, convincono le cupezze cosmic-folk Sadie e Radiant Hearts nel combinare eleganza e robustezza. Però la title track intrappola P.J. Harvey in un pantano kitsch e Rollercoaster la soffoca sotto clichè hard. Nel mezzo, ballate roots si barcamenano tra l’ottimo (Buried By The Blues), il buono ma prolisso (The Way To Gone) e la mera piattezza (The Space Of Your Mind). Avanti così, tutto è possibile: il capolavoro nel 2014, una totale resa delle armi, l’alternanza eterna di brutture e colpi d’ala. La schizofrenia come ragione d’arte, e così sia.

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