Recensioni

Ci sono due modi per approcciare quest’album. Il primo è far finta di non sapere nulla della controversia che ha contrapposto la coppia Ginn/Reyes a quella formata da Keith Morris e Dez Cadena, tutti impegnati a tirarsi gli stracci per dimostrare di essere più “Black Flag” degli altri. L’altra è leggere questo lavoro alla luce della storia della band, che per inteso fu una delle più importanti del rock americano degli anni ’80, e il cui raggio d’azione trascese l’hardcore per spingersi a commistioni con il free jazz e lo spoken word.
Per non farci troppo male, scegliamo il primo approccio. Quello secondo cui What The…, al netto delle polemiche e della copertina orripilante (voluta o subita? A voi la scelta), è un album di rock furibondo e muscolare. Evitiamo accuratamente il termine punk, perché il chitarrismo di Gregg Ginn è sempre stato più articolato rispetto alla media del genere. Anche ora, pezzi come Down in the Dirt procedono lenti e massicci su un riffing circolare e interstizi noisey. Persino i frammenti più veloci, pur mancando del nervosismo schizofrenico dei tempi che furono, godono del suo stile febbricitante e convulso. In poche parole, unico. Poi, ovviamente, manca un Henry Rollins. Più come lyricist che come cantante e performer. E questo si traduce in un ulteriore impoverimento del progetto. Il povero Ron Reyes fa di tutto per starci dentro. Sbraita i suoi slogan banali e ripetitivi con la foga di uno a cui stanno rubando l’auto, ma l’unico risultato è che la monotonia trascina a fondo l’album come un macigno.
Un peccato, perché in assenza di una gioventù scossa da quell’angst generazionale che animava dischi come Damaged, non v’è dubbio che Ginn e soci qualche calcione negli stinchi saprebbero ancora assestarlo. Purtroppo l’urgenza creativa è qualcosa che non si guadagna col mestiere e i solchi di What The… sembrano fatti apposta per dimostrarlo.
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