Recensioni

7

Evidentemente, per coloro che cavalcano le onde psichiche che si propagano nell’universo, dover comunicare con qualcuno che non parli la stessa lingua “aurale” deve rappresentare una diminutio della capacità espressiva, una sorta di blocco dei chakra che impedisce al flusso musicale di scorrere liberamente. È stato così per l’incontro con Bonnie “Prince” Billy nell’album dello scorso anno, Epic Jammers and Fortunate Little Ditties, ma anche per la recente collaborazione con la regista Oliva Wyatt (Sailing a Sinking Sea). Per il terzo album pubblicato a nome esclusivamente Bitchin Bajas, i tre musicisti di Chicago hanno invece dato sfogo alla propria creatività artistica in una serie di jam session di elettronica rigorosamente analogica che ha permesso loro di «allargare i muri e i ponti del nostro universo sonico, sintetizzato in mezzo a un ecosistema separato ma in crescita».

Fuori dalle dichiarazioni da press release, il nuovo Bajas Fresh suona come un perfetto riassunto delle loro coordinate ideologiche: l’amato minimalismo di Terry Riley; riferimenti al kraut più classico, sia melodico in senso stretto (vedi alla voce Kraftwerk) sia più kosmico (vedi alla voce Popol Vuh); i dilatamenti della psichedelia che lasciano intravvedere anche i Pink Floyd interstellari. Il tutto si dilunga per oltre un’ora e venti di meditazione trascendentale, ora incentrando il viaggio sul sassofono di Dan Quinlivan (una Be Going vicina alla new age, ma senza essere stucchevole), ora indagando una sorta di gamelan etereo (Yonaguni) o circolarità quasi da IDM strafatto (Circles on Circles).

Il limite stesso della musica dei Bitchin Bajas sta con molta probabilità proprio nel loro pregio migliore, quello di essere dei puristi di questo mondo sonoro. A differenza di Emeralds e Mountains, altre band che in territorio USA avevano tentato strade simili, i Bitchin Bajas non sembrano ancora aver esaurito la loro spinta energetica.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette