Recensioni

7.2

Bingo Fury è il progetto del musicista inglese Jack Ogborne, ventiquattrenne già segnalato come tra i più promettenti della nuova scena di Bristol, tanto da aver attirato l’attenzione anche di un certo John Parish che nel 2021 ha lavorato alla produzione dei primi due singoli (Big Rain / Happy Snake) poi finiti in un 7 pollici. Bats Feet For a Widow, album d’esordio pubblicato il 16 Febbraio (non a caso) per The state51 Conspiracy, condensa in appena nove brani un universo emotivo le cui diramazioni muovono verso un’intima sacralità che, tra pieni e vuoti, striscia costantemente sottotraccia: Ogborne è cresciuto in una famiglia molto religiosa e qui pare ne abbia assorbito tanto l’attitudine da aver scelto come studio di registrazione le sale interne della Cotham Parish Church di Bristol, luogo mistico in cui brani provano ad occupare uno spazio che diresti quasi ‘fisico’.

Il risultato è sorprendente: nel suo incedere sbilenco, il disco si muove agilmente tra soluzione alt-rock che guardano ai tempi dispari e inaspettati dell’avant jazz (l’uso non convenzionale della cornetta in My Cup Overflows ne è un esempio fulgido) passando per la furia espressiva in quota Jaimie Branch (Power Drill) o, ancora, alle derive math-noise (I’ll Be Mountains) che creano una linea di connessione con un King Krule qui in abiti jazzati, fino a sconfinare in una terra di mezzo dove la voce profonda dell’artista si scioglie in un crooning denso che cola su (passeggere) soluzioni ambient (Unlistening) debitrici della lezione del più ispirato Sylvian. Le proiezioni di forme jazz, nella loro inafferrabilità, sono probabilmente la vera costante di un esordio estremo, nato già maturo, e che in alcuni passaggi ricorda il James Jonathan Clancy del più recente Sprecato.

E se Bill CallahanVic Chesnutt sono indicati come costellazioni da seguire, a guidare l’estetica di Bats Feet for a Widow è l’espressività di Hopper – idealmente citato nell’artwork – con il Nostro a lasciarsi scrutare dall’esterno di una finestra mentre è seduto, pensante e solo, ad un tavolo imbandito proprio come se quelle storie di vita quotidiana, passione e sofferenza (nel loro linguaggio universale) narrate inquadrate nell’album fossero a loro volta osservatrici di un racconto più intimo e profondo già candidato di diritto tra i più attraenti dell’anno.

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