Recensioni

C’è un’inquietudine scura che corre lungo le undici tracce di Sprecato, il primo disco a proprio nome di Jonathan Clancy, da quasi un ventennio fondatore di band indie tra Bologna e il mondo, nonché agitatore musicale che non ha paura di pescare nel torbido con la sua Maple Death Records. Un’inquietudine scura, si diceva, vischiosa che si appiccica a traslucide melodie che rimandano a un folk pastorale, come se ci fosse un sogno rifratto da specchi di vitalità residua mentre un’opacità conturbante, insieme respingente e affascinante, tentasse di avvolgere tutto. In questo accadimento messo in musica da Clancy, ci sentiamo vagamente persi, non troviamo le maniglie per aggrapparci alla realtà, ci domandiamo se in questo caleidoscopio di ombre e luci ci sia da qualche parte un punto fermo. E forse è qui che ci sentiamo sprecati, a tratti capaci di percepire scintillante una dimensione scintillante e cosmica, il momento immediatamente successivo con lo sguardo adombrato da un assalto di turbamenti nervosi e smaniosi.
Nonostante la grande conoscenza di dischi e artisti, Clancy ha sempre privilegiato un approccio più emotivo alla musica, più istintivo e abbrancato ai sentimenti. Per giocare con il nome di questo magazine, potremmo dire più sentire che ascoltare. Non fa eccezione Sprecato, concepito e registrato tra Bologna e Londra, in compagnia di una serie di amici musicisti che hanno messo i propri talenti al servizio del progetto: Stefano Pilia, Andrea Belfi, Enrico Gabrielli, Francesca Bono, e la band vera e propria formata da Dominique Vaccaro (chitarre/J.H. Guraj), Andrea De Franco (synths/Fera) e Kyle Knapp (sax/Cindy Lee, Deliluh). Se l’incedere lento di Had It All, con il flauto di Gabrielli che sembra ricamare tra i refoli di un vento capriccioso, sembra rimandare ai Pink Floyd più bucolici c’è un contrappeso atmosferico dato dal canto stentoreo di Clancy che nella parte finale sembra provare a farsi spazio in un grumo di bordoni di synth, inducendo un’emozione appacificante, proprio perché prima sembra che sia stata una guerra con il destino.
Precipice potrebbe essere una canzone dei Depeche Mode scritta con in testa un dubbio, un pensiero che non ci lascia e senza la consolazione dello stordimento. I riferimenti wave ritornano anche con To Be Me, il suo incedere pulsante e diverse linee vocali cantate da Clancy che si rincorrono e saltellano su di un basso nervoso. C’è Worship Deal che si muove tra sabbah rumoristico e post-punk, con il canto rabbioso di Clancy che ricorda il Nick Cave delle Murder Ballads più scure e demoniache. Tocchi più psichedelici si sentono in I Want You, ballata folk pastorale in bilico tra Roy Montgomery e Six Organs Of Admittance. Tutto il disco è percorso da una tensione tra disperazione e riappacificazione cosmica, con l’impressione che anche nei momenti più bui si possa indovinare un flebile sentiero di luce e, al contrario, anche la serenità più semplice e totale possa facilmente essere sporcata, infranta da un’ansia improvvisa e scura come la pece.
Un disco che non si ascolta in sottofondo, ma richiede attenzione, restituendo una mappa – per citare un titolo rivelatore di uno dei brani – di un mondo immenso, ma anche wild, selvaggio e imprendibile.
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