Recensioni

7.4

Danny Brown, Aesop Rock, Billy Woods. Tre nomi differenti che hanno contribuito ad alzare non poco l’asticella a un 2023 qualitativamente non particolarmente arrembante per il rap (specialmente mainstream). Sono diversi i punti d’incontro: oltre al non banale fil rouge legato all’età (sono tutti negli “anta”) e all’appartenenza geografica, la east coast, gli artisti nel corso di quest’anno hanno sfornato tre dischi di rilievo: Brown ha pubblicato l’introspettivo Quaranta, Rock ci ha deliziato con quel gioiellino chiamato Integrated Tech Solutions. Woods invece, oltre al significativo We Buy Diabetic Test Strips (sotto il progetto Armand Hammer) ha convinto con Maps, sedicesimo album in studio della carriera, il secondo inciso con il fidato producer di Los Angeles Kenny Segal.

Un binomio vincente che, cinque anni dopo il cult Hiding Places (2019) allarga lo spettro, facendo trasparire più luce, leggerezza e autoironia (come dimostra la deliziosa cover, presa in giro delle misure di sicurezza degli aerei) rispetto al capitolo precedente mantenendo comunque un piglio ficcante e costellato da ottime idee.

Il concept racconta la vita da tour, con tutti gli alti e i bassi del caso; tema sulla carta molto semplice che consente però al nativo di Washington di sciorinare più argomenti, scavando con classe nelle fondamenta di un lavoro che spesso ti fa perdere le coordinate di casa. L’aspetto più interessante sta nell’approccio: sia le metriche del rapper che i beat del producer sembrano disarmonici se presi singolarmente, ma diventano omogenei e solidi e una volta uniti, con un amalgama coerente, in cui si assapora a pieno un’atmosfera notturna e fumosa.

A tracciare la linea è sempre il tipo di narrazione di Woods, ancora più evocativa e capace di proporre delle visioni cinematografiche incastonate in perle tecniche (e in questo sono molteplici i punti di contatto con l’ultima opera di Aesop Rock) e talking blues. Non manca come sempre la componente citazionista, mostrata per esempio in 5 O’Clock, dove viene chiamato in causa lo scrittore William Burrough in un brano il cui titolo attinge all’omonimo pezzo del 1996 di Nonchalant.

La musica affonda le radici nella black music, in particolare nel jazz che aleggia in tutte le diciassette tracce facendo capolino in modo più palese nella soffusa e ispiratissima Bad dreams are only dreams (occhio qui al riferimento per palati fini di Cold War di GZA), nel loop minimale de The Layover e in NYC Tapwater. Tratti più soul impreziosiscono invece Waiting Around, passaggio con Aesop Rock dove emergono due sample-chicca: Protect Ya Neck (The Jump Off) dei Wu-Tang Clan e soprattutto Biggest Part of Me di Bahamadia. Presente ovviamente ELUCID, seconda testa degli Arman Hammer, in Baby Steps e nella conclusiva As the crow files. Synth retrò contraddistinguono invece il sound più sinistro di Years Zero, uno degli episodi più forti del lotto condiviso con Danny Brown.

Tra BPM bassi intrisi di mal di vivere (Hangman) che fanno la quadra con il disco precedente e il divertimento malinconico di Facetime (pezzo arricchito dal ritornello cantato da Samuel T Herring dei Future Islands), un Billy Woods in totale stato di grazia sfrutta una sicurissima zona di comfort (stiamo parlando di un approccio squisitamente retromane) per mettere sul piatto altre sfumature della propria cifra stilistica.

Chiaramente, dall’Italia la percezione non potrà mai essere come quella d’Oltreoceano. I testi, veri punti di forza di tutto il disco, si dipanano tra riferimenti e giochi di parole complessi da afferrare nella loro interezza a chi non destreggia a menadito lo slang locale. Ma anche guardandolo da una prospettiva più distaccata Maps rimane un progetto di notevole fattura, soprattutto se in inquadrato in ottica rap-Jazz, vero sottogenere di appartenenza.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette