Recensioni

6.8

Brendan Finn, Joe Galarraga, Amar Lal e Carlos Salguero Jr. sono i Big Ups e vengono da New York, città dalla quale sembrano aver colto ogni goccia di rumore da almeno un buon ventennio a questa parte. Non tanto come nomi di riferimento, quanto come approccio ad una musica che sia iconoclasta, violenta, non accondiscendente, brutale per certi versi ma sempre intelligibile e “popular”, stretta in una forma canzone a volte schizoide ma prevalentemente normalizzata e fisica fino al midollo.

Roba che sfocia tranquillamente in un perimetro sonoro in cui convivono – a cazzotti in faccia e calci in bocca – le chitarre albiniane, l’irriverenza dei Pissed Jeans, la teatralità sboccata e selvaggia dei Jesus Lizard, l’urgenza dell’hardcore fugaziano più elaborato e cerebrale o del noise suonato alla maniera dei Buildings. Spinge forte, Eighteen Hours Of Static, e brucia in fretta nella sua mezzora scarsa priva di fronzoli e orpelli: c’è il tiro giusto (Atheist Self-Help), una buona dose di aggressività generalizzata, scazzo post-hardcore (Grin), intrecci non banali su midtempo quasi groovey abbrutiti da violenza hc (Disposer), sventagliate della Louisville che fu, quando post-rock significava ancora qualcosa (Wool), e una richiesta totale e continua di headbanging da parte dell’ascoltatore.

Eighteen Hours Of Static non sarà quel big up auspicato dalla scelta del nome, ma un pollice in su se lo merita tutto nonostante qualche sentore di dejà vu di troppo.

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