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7.3

Dei fiori degli speculari nature morte e A Chaos Of Flowers, più feroce il primo e più vulnerabile il secondo, entrambi articolati e memorabili, parrebbe non essere rimasto più nulla. Qui, sulla copertina di in grief or in hope, campeggia una specie di secchio, forse un cestino dell’immondizia momentaneamente vuoto, visto da vicino, quasi un pozzo nero che tutto può contenere, assorbire. L’intensità rimane la medesima, così come la straordinaria, stoica e coerente, a volte anche sfiancante, capacità di coadiuvare distorsione e catarsi in procinto di trascendenza. Oppure, come da nuovo titolo, dolore – tantissimo, al solito – e speranza, unite al ricorrente senso di colpa.

L’album, già il decimo per i canadesi BIG | BRAVE, presenta in realtà vari cambiamenti, a partire dalla matrice maggiormente chitarristica, che era stata quasi eliminata nell’atipico lavoro di studio precedente, OST, colonna sonora haunting per pellicole ancora da creare uscita a basso profilo lo scorso anno. Poi, una novità di formazione, perché ai fondatori Robin Wattie e Mathieu Ball si è associato stavolta per la prima volta durante le registrazioni il bassista Liam Andrews (MY DISCO, Aicher). Registrazioni che si sono svolte in presa diretta, sempre con Seth Manchester alla produzione e sempre in sospensione tra musica heavy e drone, eppure dagli esiti mai così immediati, mai così vicini alla struttura un minimo più compatta della forma-canzone.

Wattie stessa, minuziosa con le parole a dispetto del fatto che la sua voce ritorni in assoluto primo piano, ha spiegato in perfetta sintesi: «Volevo esplorare fraseggi catchy e melodici, intrecciati all’intensità della strumentazione e ai continui cambi di accordi. Tutto ciò su cui riuscivo a riflettere era il dolore e la speranza; la morte e la vita; la causa e l’effetto; le esperienze condivise dell’essere umano». Ovviamente si tratta di un’orecchiabilità molto relativa e immergersi nel minimalismo lento e catacombale del disco fa male, da prassi. I titoli in tal senso sono bellissimi, altamente poetici – perché è l’anima a fare la differenza in un progetto che qui rischierebbe altrimenti una certa staticità nella fermezza di soluzioni, per quanto individuate previa sperimentazione – e altrettanto indicativi.

Si inizia per paradosso con what may be the kindest way to leave (tra sfrigolii elettrici e rintocchi, «baratto questo corpo per un po’ di sollievo»), proseguendo con i fragori e le urla della potente e angosciante a shape of shame («la mia mente mi fa trascorrere una notte insonne»), oppure con i maceranti interrogativi esistenziali che sanno farsi cullanti nel rumore generale di the ineptitude for mutual discernment e che si riconnettono alle tematiche affrontate in Au De La del 2015. A proposito di link al passato che ritorna in circolo, verdure richiama la title track dell’esordio Feral Verdure del 2014 con una sorta di ossessivo industrial ridotto ai minimi termini.

skin ripper, tutto un programma mentre sembra proprio staccarci pian piano la pelle, sentenzia che «la verità del dolore risiede in ciò che resta della speranza». an uttering of antipathy è altra alienante calata nei recessi della psiche che associa frequenze metalliche e imprevedibile AutoTune sino a quello che dovrebbe essere il sollievo della morbida conclusione: «Dio incolpa solo me». La destinazione finale è il fragore salmodiante della medesima in grief or in hope: «Quando si provano le emozioni più intense? Nel dolore o nella speranza?». Senz’altro le si provano con i dischi del trio, ormai grande, coraggioso per vocazione. 

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