Recensioni

7.4

Sono passati 24 anni da Say My Name e 22 da Crazy in Love. Oggi Beyoncé può tutto. E lo fa. Da 4 in avanti i suoi dischi non sono dischi ma organismi semiotici a 360 gradi. Dieci anni fa si usava fare serie TV guardando al cinema, oggi è chiaro ormai come B faccia dischi pensati come serie TV. Vedere tutti i precedenti visual album. Ma la questione va anche oltre e dipende non solo e non tanto dai vari companion visivi, ma proprio dalla scope di questo disco. Nel suo progetto non troppo segreto di riposizionare quello di matrice rhythm and blues come pop e basta senza aggettivi, qui B aggredisce l’americana più americana che ci sia, il country, in un album infinito, un ascolto sfiancante, 27 tracce molte delle quali sono canzoni che sforano i cinque minuti.

Il disco ha un passo enciclopedico e andrebbe ascoltato compulsandone i credits infiniti e le vicende produttive online, assecondandone così la natura prepotentemente ipertestuale (ma gli unici veri feat sono Miley Cyrus e Post Malone, entrambi molto acconci). La cosa è un gioco a carte scoperte se tutti i pezzi che consideriamo skit sotto o poco sopra il minuto non sono che zapping radiofonici che intendono ricostruire il cordone ombelicale che da Sister Rosetta Tharpe arriva a Dolly Parton passando per Chuck Berry, un filo rosso che la storia della popular music ha da tempo ricostruito e ipotecato ma che in fondo dalla prospettiva di una come B appariva ancora inesplorato.

E quindi il country. Che qui si fa termine ombrello sotto cui si rifugiano il dittico gospel delle epiche Ameriican Requiem (le doppie “i” dovrebbero richiamare l’Act II che il disco vuole essere rispetto a Renaissance) e Amen, ad aprire e a chiudere, i Beatles già di loro sorprendentemente country di Blackbird, la stilizzazione sartoriale e laboratoriale di Texas Hold ‘Em, il loop pizzicato di Jolene (che apre alla logica dei pezzi più rnb e rappusi del disco come Spaghettii, Alliigator Tears e Tyrant), l’upbeat da titoli di testa a rotta di collo di YA YA e molto – MOLTO – altro ancora. Il country dunque. Che è poi da dove viene Taylor Swift, non a caso l’altra grande entità femminile della popular music americana di oggi (avrei voluto non farlo ma non si può non citare l’episodio che le metteva profeticamente in dialogo, quello di Interrupting Kanye), non a caso fantasmaticamente avvistata, ascoltata da molti fan in uno dei pezzi in effetti più taylorswiftiani del disco, l’orecchiabilità radiofonica Settanta e Ottanta di Bodyguard.

Questo country, allora. Fa strano vedere B con un cappello da rodeo pralinato e sbrilluccicante nel microvideo di 16 Carriages. Anni fa – tra 2016 e 2018 – Beyoncé abbigliatasi come una star di Bollywood era stata accusata di cultural appropriation. Lo stesso è accaduto con la pubblicazione di questo album, innescando però interessanti plot twist e u-turn discorsivi: secondo alcuni – per esempio Marcus Collins di Forbes – sarebbe il country in sé una forma di appropriazione culturale, in quanto l’autoattribuzione “bianca” generalmente ascritta a questa musica sarebbe il frutto del mancato riconoscimento del contributo degli artisti neri alla creazione e allo sviluppo del genere. Il dibattito è aperto.

Questo è un disco così grande che ci si può girare dentro e abitarlo come una grande casa nella prateria. Solo che la casa è un terrazzone al novantesimo piano e la prateria è comunque Central Park. Per fare una casa del genere ci vuole studio, ci vuole progettazione, e anche solo ai punti il design dentro e dietro Cowboy Carter – specialmente dopo i laboratori rispettivamente dance/club e addirittura afrobeats dell’Act I e della OST di Lion King – è tanto oggettivamente imbattibile da far arrendere forse anche i più scettici.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette