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7.6

Dieci canzoni scritte nell’arco di dieci anni: tempi carsici per Beth Gibbons, il cui fare musica somiglia a un lungo processo di stratificazione e distillazione, a una produzione di riservatezza minerale che si rivela al tempo stesso friabile e diversamente lisergica. Il suo è un sottrarsi ai ritmi standard (sia quelli tradizionali che quelli accelerati dalle dinamiche contemporanee) che è già di per sé un gesto espressivo, del quale difatti sono intrise forma e sostanza del codice sonoro. Si avverte cioè una continuità palpabile – una congruenza – tra queste canzoni e il fatto che siano fermentate al di fuori dei cicli produttivi, estranee agli schemi morfologici suggeriti (o dettati) dalle convenienze algoritmiche. 

Detto questo, tanto vale sottolineare ciò che è noto: per Gibbons si tratta del lavoro d’esordio come solista. Non stupisce troppo, tenuto conto del personaggio, del suo percorso. Tuttavia, come dire, fa strano. Anche considerato come il precedente album in studio – in collaborazione con Paul Webb aka Rustin Man – per molti versi già sembrava quintessenza Beth Gibbons, almeno per come potevamo ipotizzare la sua voce e la sua inclinazione fuori dall’alveo espressivo Portishead. Il qui presente Lives Outgrown ha in comune col meraviglioso Out Of Season – a parte il sottinteso di perdita di controllo e fuoriuscita dal solco che aleggia nel titolo – la natura di lavoro anti-performativo, che non insegue stili o temi contemporanei ma scioglie il groviglio tenendo fede a regole proprie, con l’intenzione di rovesciare l’assedio della connessione in un isolamento che significa riflessività, cura del dettaglio, apertura all’imponderabile, esitazione sulla soglia tra consapevolezza e intuito. 

Ne risulta un suono costantemente sul punto di tradire il sentiero già battuto, sempre sul filo di un cambio di stato emotivo, in bilico tra tumulto irrequieto e incanto ombroso, immerso nella tradizione ma in grado di levitare anomalo, struggente e inafferrabile, ora caldo e l’attimo dopo spettrale. Dominano i timbri acustici, chitarre, archi, legni, sega ad arco, percussioni, con suoni e voci trovate (rumori bucolici, chiacchiericci, sospiri…) a rendere porose le pareti, ad aprire varchi tra interni e plein air, tra mente e vita. Quasi un invito a pensarsi come un germinare di sensazioni, emozioni, pensieri, una ramificazione di esperienze il cui senso non è mai un risultato ma un affiorare. Un processo che si realizza nel tempo, srotola il nastro del divenire, subendo – va da sé – la forza di attrazione lenta e implacabile dell’entropia. Insomma: Beth riflette sull’invecchiare, sulla sensazione di precipitare nella pancia scura del niente (“The feeling of falling/The shadows warning/Wanting to quiet to tame this disorder”) e sull’impossibilità di trovarci un senso (“We’re all lost together/We’re fooling each other/We try but we just can’t explain”), da cui la necessità di aggrapparsi alla grazia vertiginosa del momento (“But all we have is here and now/All going to nowhere, to nowhere”).

La luce che spiove su queste canzoni è quindi grave, come un crepuscolo riscaldato dal fioccare intermittente di visioni che abbozzano i contorni del mistero lasciandolo (ovviamente) intatto, ma che dichiarando la fragilità del corpo – il suo logorarsi e svanire -, i limiti dell’intelligenza (“If I had known you from the start/Would I still visit the place in the dark?”) e la volatilità delle emozioni (“The feeling of falling/The shadows warning/Wanting to quiet to tame this disorder”) riescono almeno a definire i termini dello scontro, a individuarlo come campo problematico, forse l’unico che conti davvero.

Per tutto ciò, dobbiamo essere disposti ad accettare che queste canzoni si assumano l’incarico di eccedere la dimensione stessa della canzone, che ci spingano cioè ad ascoltarle come se non stessimo ascoltando canzoni ma tentativi di craccare l’angoscia primaria – perlopiù rimossa: ovvero la vertigine del non-essere-più – iniziando appunto col destrutturare la delizia allucinatoria dell’intrattenimento, la sua schematicità distraente. A tale scopo, Gibbons – spalleggiata dal produttore James Ford (al lavoro in tempi recenti per The WAEVE, Depeche Mode, Blur, The Last Dinner Party, Pet Shop Boys…) – ricorre alla cassetta degli attrezzi del folk psichedelico, ma lo fa rovesciandola a terra e ricostruendo una mappa aleatoria, uno stradario per aggirarsi nel disorientamento esistenziale senza perdersi del tutto. Già la opening Tell Me Who You Are Today pare una specie di rito – appunto – iniziatico, con la trama orchestrale brumosa, l’arpeggio circolare, il mantice esotico degli archi e la voce che si moltiplica e stratifica.

Questa strategia di straniamento si ripete con variazioni sensibili nella tumultuosa Beyond the Sun con la sua ondivaga affilatura Nick Drake, l’incalzante tripudio balcanico e l’estro percussivo (affidato a Lee Harris, anche autore del pezzo), nello sciorinare melodramma ombroso di Burden Of Life (con esiti decisamente cinematici), in quella Reaching Out che vaporizza blues radente per poi gettarlo in un incendio nero (come potrebbe un Tom Waits col trombone a pescespada in un’allucinazione scivolosa Thom Yorke), o ancora in Lost Changes che affida le strofe a un’apprensione watersiana (ma la melodia ricorda Drive dei REM) mentre il tre quarti del ritornello – in un mesto tripudio d’archi – sgrana abbandono romantico Sixties.    

Viene abbastanza naturale stabilire un parallelo con il percorso intrapreso negli ultimi anni da PJ Harvey, ma mentre la cantautrice del Dorset sembra scegliere di sottrarsi alla se stessa precedente (anche per evitare di lasciarsene intrappolare), per Beth questo uscire dal seminato – lasciarsi alle spalle l’ingombrante eredità Portishead, chiudere porte e finestre rispetto alle istanze del presente – appare come l’unica modalità percorribile. Vedi infatti come sembri a suo agio e pienamente espressiva proprio quando riesce a disperdere le tracce dietro alle trame più inconsuete, e viceversa si appiattisca nei passaggi più canonici, come accade in Oceans, valzer in punta di apprensione che dilaga in zona folk traditional dalle vaghe infatuazioni pop (il ritornello pennella una melodia quasi… Abba) con esiti suggestivi ma tutto sommato prevedibili, interpretazione vocale compresa. 

Viceversa, Floating on a Moment possiede forza e sostanza proprio perché sembra impegnarsi in un’opera di progressivo boicottaggio delle aspettative, prima apparecchiando una quiete abitata di curiose presenze (dietro all’arpeggio legnoso svolazzano soffi, sbuffi, infiorescenze di vibrafono, sibili di sega ad arco…), quindi un coretto dalle afferenze gotiche – con qualcosa del Bowie di Blackstar – introduce la grazia lattiginosa del ritornello, a quel suo dilagare lento e denso verso una presa di coscienza orizzontale che sfocia in un commiato ad alto tasso emotivo. Assieme alla conclusiva Whispering Love – col suo rapimento terminale a tempo di valzer abitato da un cigolio che fa pensare all’oscillare di una vecchia altalena – costituisce l’apice di un album tanto più intenso quanto più riluttante, liminare, composto di particelle sottili intenzionate ad attraversare il presente senza lasciarsi intercettare. 

È un lavoro che somiglia allo sguardo di Beth, distolto, declinato, disposto alla disconnessione o al massimo a una connessione di basso profilo come condizione necessaria per ricongiungersi ai ritmi e alla densità del reale. Di quel reale che comunque ci attende alla fine dell’allucinazione, ineluttabile, spietato, meraviglioso.

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