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All’epoca della pubblicazione del suo secondo disco, I Tell A Fly, Benjamin Clementine si definiva un “puro viaggiatore, un alieno”. E, dopo averlo visto sul palco dell’Estragon Club di Bologna per il suo ultimo tour prima di mettere in soffitta i panni del cantautore e dedicarsi completamente alla carriera di attore, non possiamo che confermare che l’autodiagnosi è corretta. Clementine non è della stessa pasta dei suoi colleghi – e non è un’alterità da ricercarsi nella biografia più o meno leggendaria che passa dalla vita da homeless a Parigi o nell’indubbio dono del timbro e della potenza vocale. Clementine non è della stessa risma degli act musicali emersi negli ultimi due decenni perché in continua oscillazione tra grandeur artistica e un involontario tono farsesco.

Sul palco bolognese si presenta come sempre: a piedi scalzi, avvolto in un completo scuro come la notte. La scenografia è tutta giocata sui contrasti del bianco e nero: bianco il pianoforte, candide le postazioni dei quattro musicisti che lo accompagnano, in bianco e nero anche le proiezioni video, brevi loop cinematografici che evocano un immaginario sospeso. Tutto lascia presagire una serata solenne, curata nei dettagli, un addio che possa rimanere impresso nella memoria del pubblico accorso numeroso. Ma come un qualsiasi turista naif, Clementine elenca per un tempo fin troppo lungo le parole italiane che conosce: “parmigiano”, “zucchini”, “bolognese”. E qui si consuma il dramma della classica confusione tra il ragù alla bolognese e quella salsa a base di carne e pomodoro che esiste solo nei menù dei ristoranti italiani all’estero. Si riscatta presto dichiarando il suo amore per una gloria cittadina, quel Lucio Dalla di cui nei bis improvvisa Caruso.

Benjamin Clementine
Benjamin Clementine all’Estragon Bologna. La foto gallery di Francesca Sara Cauli

L’ora e mezza di musica si snoda pescando dal consistente canzoniere, alternando brani dell’ultimo, ottimo, And I Have Been, e dai dischi precedenti. Su Condolence il tono farsesco prende il sopravvento, rischiando di mandare la serata fuori rotta. Clementine, al pianoforte, invita il pubblico a cantare il ritornello, ma c’è una certa timidezza o forse riluttanza da parte della sala. E allora via, in una sorta di lezione di canto, con Clementine a chiamare i “forte” e i “piano”, con la minaccia di rifarlo 50 volte. Anche il dialogo con una cimice trovata sul palco, che diventa protagonista delle lyrics in un altro momento, assomiglia tanto a un dolce con una dose di zucchero di troppo, risultando stucchevole.

Benjamin Clementine
Benjamin Clementine all’Estragon Bologna. La foto gallery di Francesca Sara Cauli

Ma quando si spoglia del gioco e si affida alla musica, emerge in pieno quel cantautore che, oltre a vincere il Mercury Prize con l’esordio At Least For Now spinto David Byrne a dichiarare che le sue canzoni vengono “da un altro mondo” e ha fatto accostare il suo nome a Tom Waits e Leonard Cohen. Ne siano prova i momenti solo voce e pianoforte, come Cornerstone, che hanno la forza di prendersi sulle spalle i cuori di tutto il pubblico e portarseli in una dimensione a cui solo lui, qui e ora, sembra capace di accedere. È la fragile potenza dell’arte che talvolta si insinua per un breve momento nelle nostre vite, elevandole, prima di ricondurci sulla terra con le nostre piccole farse.

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