Recensioni

Comunque vada ci ricorderemo di questa iniziativa di Beck, che forse solo uno come Beck (in combutta con l’arguto scrittore Dave Eggers ed il suo progetto di cultura alternativa McSweeney’s) poteva permettersi. In soldoni: prima pubblicare un libretto di composizioni su carta, quindi far uscire un disco di cover di canzoni mai incise. Non parliamo di una situazione inedita, anzi, però non accadeva da un bel pezzo e non avremmo mai detto che sarebbe successa di nuovo. Invece, vedi come le magnifiche sorti del progresso determinino corsi e ricorsi sorprendenti, estremi che avvolgendosi a spirale in una rincorsa frenetica finiscono per collassare l’uno nell’altro.
Nella fattispecie, lo sfruttamento del pezzo registrato ha subito una svalutazione verticale che torna a farci riflettere sul valore dell’edizione, della sheet music. Perciò un paio d’anni fa Beck si concesse il lusso di mandare alle stampe un libro di spartiti contenente venti canzoni inedite che ognuno avrebbe potuto realizzare (arrangiare, suonare, cantare) da sé. In questo senso, l’operazione fece molto riflettere e discutere, ponendoci di fronte a questa specie di eclissi sonora come fosse il riflesso sullo specchio nero del futuro imminente. Un’ipotesi. O una minaccia. Dipende. In ogni caso, la vicenda si chiude oggi con una festa, celebrata da un autentico carosello di amici e colleghi, con effetto complessivo fin troppo patinato. Consentitemi: c’è qualcosa che stona. E non mi riferisco certo alle performance, tutte puntuali, esercizi di professionismo partecipe e a tratti intenso.
Semmai è proprio l’atmosfera da parterre de rois, l’adesione entusiastica alla giostra per la maggior gloria dell’ex-loser promosso al rango di guru radical-chic di un’epoca musicalmente (e non solo) al crepuscolo. Semplicemente, questa cosa non andava fatta. Non così. Il senso era rimanere su carta, oppure uscirne “naturalmente”, con versioni sbocciate spontanee nel corso del tempo, di cui magari a gioco lungo fare antologia, raccogliendo così i frutti di un processo innescato con intelligenza forse profetica. Invece, ecco queste canzoni, di per sé mediamente valide con pochi momenti di eccellenza, per giunta non riscattate da interpretazioni piuttosto formali. Ai Fun ad esempio manca il languore obliquo di un Rufus Wainwright per decollare dal cono di luce broadwayano (Please Leave A Light On When You Go), così come a Bob Forrest non riesce di dosare la giusta inquietudine nella fin troppo accademica mistura The Band (Saint Dude).
Nomi grossi come Norah Jones (Just Noise) e Jack White (I’m down) timbrano il cartellino nel più scontato dei modi e senza neanche bisogno di fare la doccia. Quanto al buon Tweedy (alle prese con The Wolf Is On The Hill), non è altro che questo: tipico Tweedy acustica più slide che non scalza nessuna ballata tweediana dalla memoria. Idem dicasi per l’onorevole Loudon Wainwright III, che spedisce Do We? We Do come una solenne cartolina illustrata country, banjo, chitarra, fiddle, armonica e tutto il resto. Son cose che pesano quando tiri le somme. E non ho messo in conto l’orrido pop latino di Juanes (Don’t Act Like Your Heart Isn’t Hard), degno di abbellire la soundtrack di una Violetta a caso.
Non resta che consolarsi con alcuni momenti effettivamente azzeccati che per forza devono esserci: tipo una Eleanor Friedberger (Old Shanghai) che gioca a fare la vestale tra miraggi spacey e tremori vintage, il calore basico del blues nero imbastito da Swamp Dogg (America, Here’s My Boy) e, ok, un Jason Isbell bravo a irrorare Now That Your Dollar Bills Have Sprouted Wings di acidità ed energia degna dei primi Black Keys. Rubricate come apprezzabili le prove orchestrali di Marc Ribot (cinematico in senso Nino Rota via Morricone) e Gabriel Kahane, resta da dire di un Jarvis Cocker che fa il Brian Ferry spolpato (Eyes That Say ’I Love You), di David Johansen (Rough On Rats) sempre più macchietta tra Waits ed il Reed più gigione, di una Laura Marling (Sorry) che si disimpegna ruvidella e sfrangiata.
Quanto al padrone di casa Mr. Hansen, sfodera una Heaven’s Ladder che è ibrido George Harrison con spolverata di pepe power pop, in linea con l’ultimo buon Morning Phase ma senza quel trasporto abbacinante e amniotico. Il punto è proprio questo: detto di come l’idea di partenza meritasse ben altro sviluppo, c’è questo disco che vale più o meno come un album tributo tra i tanti, privo di sensibilità portante, di una visione che determini tensione e forma, proprio quello che ha reso eccellente l’ultimo Beck oltre le sue attuali capacità di autore. Accettiamolo come monito: il concetto di album ha ancora un senso, che va oltre la carta.
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