Recensioni

6.9

Neanche due anni dopo il buon esordio Last Summer, torna la frangetta imbronciata dell’indie pop ad allettarci con le sue caramelle sonore agrodolci, così lontane dal crogiolo proteiforme dei Fiery Furnaces eppure della (ormai defunta?) band fraterna in qualche modo conseguenza diretta. Ci senti infatti un ribollire di mille cose sotto la pelle disinvolta, appassionata e blasé di queste canzoni aggrappate a turbamenti sentimentali in differita (per la cui scrittura si è fatta aiutare dal cantautore e scrittore inglese Wesley Stace, meglio conosciuto come John Wesley Harding). Per dire, se la opening I Don’t Want To Bother You stuzzica tepori soul affacciati sui 70s, la successiva When I Knew potrebbe essere una trepidazione Smiths strigliata Velvet Underground, mentre Echo Or Encore si permette un languore bossa cisposo e You’ll Never Know Me scozza plastica e calore come una mestizia Stevie Nicks serigrafata Alanis Morrisette.

Malgrado rischi di sembrare dispersiva, Eleanor è semmai una tipetta elusiva, che ama svicolare, che ci è quando ci fa, con l’estro nascosto sotto una bambagia di disincanto che però lo annusi da lontano un chilometro. Se ha un talento, e ce l’ha, è la capacità di spacciare per canzonette trame che invece nascondono una polpa ben strutturata, talora azzardando con naturalezza intrugli audaci, come l’errebì stomp caramelloso di Tomorrow Tomorrow d’improvviso avvampato di psichedelia barrettiana, oppure le Go-Go’s sbarazzine strattonate The Clean di Stare At The Sun, per non dire del bocciolo folk indolenzito trapiantato nel terriccio sintetico 80s della conclusiva Singing Time.

Se il doppio senso del titolo volesse alludere ad un superarsi facendo la propria cosa, lo diremmo vagamente velleitario e persino infingardo. Ma proprio per la disarmante capacità di prenderti per il bavero fuggendo alla presa, Personal Record resta un disco delizioso.

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