Recensioni

Ci sono album che fanno del caos uno schema spietatamente preciso. Spesso sono avvezzi agli inganni, e le promesse superano di gran lunga la realtà. Bebawinigi, l’album omonimo della sua autrice (Virginia Quaranta), gioca con l’anarchia sperimentale strizzando l’occhio a tutte le influenze che stanno a monte dei sei brani. Perché alla fine è di questo che si tratta: prendere una persona e setacciarla finché non ne rimangono l’anima e le esperienze che l’hanno plasmata. Ed è dal bisogno di questa essenza di creare un dialogo dal mondo e col mondo che nascono melodie sinistre, evocazioni senza voce, tic vocali e il grammelot (procedimento recitativo che assembla suoni, onomatopee e parole apparentemente privi di significato se messi in relazione tra loro). Una filastrocca malata, un incantesimo innocuo, il cui scopo è regalare momenti di pura teatralità prima di fare la nanna.
C’è una regressione, un ritorno all’innocenza, una ritirata ben visibile già dal secondo brano (Cugino ITT), vagamente minaccioso, che si conclude in una degna interpretazione di Kayako nel film The Grudge. Un vero e proprio cazzeggio infantile che ha fatto chiunque nel corso degli anni, semplicemente spalancando la bocca e lasciando che ogni suono gutturale o meno galleggiasse dalla gola all’aria. Ed è proprio questo il bello e l’acme dell’album: l’attimo con meno pretese prima di rilanciarsi nel sabba intrepretato, molto probabilmente, da un unico membro del Living Theatre. Anche qui c’è la stessa urgenza di trovare nuovi linguaggi, mischiarli, costruire una torre di Babele per poi farla crollare come un castello di sabbia. E, in fondo, Bebawinigi se lo può permettere – è polistrumentista, cantante, attrice – tanto domani è un nuovo giorno e gli scarti degli altri potrebbero essere materia prima per una mente che non sembra trovare riposo nell’arte in tutte le sue declinazioni; a supportare l’istrionismo della cantante c’è una dozzina di collaboratori, a sostenere sonorità che spaziano tra industrial, noise, folk, blues e tutto quello che 29 minuti possono citare.
Questo album d’esordio strappa una riflessione, evitando in una danza macabra qualsiasi tipo di pesantezza possa scaturire da un ecclettismo non sempre assimilabile. Tutto qui è illogico, sproporzionato ma a suo modo conosciuto e funzionale: Virginia Quaranta è una novella Alice e, benché non porti nulla di nuovo, almeno si pone la domanda «Cosa ci sarà oltre lo specchio?».
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