Recensioni

TOP

«Un giorno abbiamo cominciato a guardare il Sud in modo diverso, e ci siamo ritrovati con più passato e molto più futuro di quanto credevamo possibile» scriveva qualcuno a proposito di un “pensiero meridiano”. Si può ancora teorizzare un Sud capace di pensarsi da sé, non ridotto a marchio da vendere ma vissuto e amato nella sua aspra realtà?

Si sa che il genius loci meridionale produce un pensiero fertile, fatto di miti, caratteri e musiche che dialogano con il mondo mediterraneo. Persino Giovanbattista Vico – spesso trascurato dalla scuola italiana – ci invita a ritrovare un terreno comune, una storia condivisa capace di unire comunità oltre l’isolamento contemporaneo. In un’epoca di intelligenze artificiali, democrazie fragili e verità in crisi, il pensiero di Vico (così come quello di Gramsci) ricorda che l’umano non è solo dati e algoritmi: senza cultura non c’è politica, senza storia non c’è giustizia, senza fiducia nella vita non esiste civiltà.

Il Be Alternative Festival 2025, nel cuore della Sila calabrese, ha scelto di raccontare un Sud che – appunto – esiste per sé stesso, in cui la musica si intreccia al territorio con una naturalezza che va oltre la retorica turistica, in un periodo in cui ci si riempie facilmente la bocca con parole come “overtourism”. Il festival non porta un “format” precostituito, ma cresce come un organismo radicato nella sua terra. Ecco quindi che la line‑up stessa di questa edizione 2025 diventa una dichiarazione di intenti: Almamegretta e La Niña (Napoli), Max Gazzè con la Calabria Orchestra, Jeff Mills con la sua afro‑techno, ognuno a modo suo, restituisce la forza di un Sud plurale, contaminato ma consapevole delle proprie radici.

L’esperienza immersiva della Sila e la line-up meticolosamente costruita diventano così tanto simbolo di una “apertura del Sud”, tanto parte integrante della proposta culturale: dalle escursioni con le realtà locali come Esperiandanti e T‑Space, alla cura dell’enogastronomia affidata a produttori calabresi, fino al supporto di marchi come Amaro Silano.

La musica, è importante sottolinearlo, è la chiave di questa narrazione. Il sabato, Jeff Mills ha aperto il suo set dedicato a Tomorrow Comes The Harvest, con Jean‑Phi Dary e Prabhu Edouard costruendo un dialogo tra elettronica rituale e percussioni tribali: “non abbiamo una scaletta, non abbiamo un repertorio pronto” – ha detto di fronte a un pubblico giovanissimo, che durante la giornata ha già ricevuto la sua dose di elettronica con Christian Löffler che ha tessuto i suoi soliti paesaggi sonori meditativi. Abbiamo pensato che, in effetti, non c’è modo miglior di vivre l’esperienza silana. Un luogo che più che visto, va sentito, va “capito” – direbbero i “locals”. La struttura del set di Mills e soci, in crescendo, sostenuta da un impianto sonoro calibrato con cura, ha permesso di percepire ogni sfumatura, dai bassi profondi alle sovrapposizioni armoniche quasi impercettibili. Qui la Sila è diventata il quarto musicista: i boschi assorbivano le frequenze più basse, restituendole ovattate e profonde, mentre il lago rifletteva luci e suoni, aggiungendo una dimensione atmosferica davvero unica.

Nel pomeriggio, gli Almamegretta, con i trent’anni di Sanacore, avevano mostrato la solita regia sonora impeccabile: l’equilibrio tra elettronica e strumenti acustici, il lavoro di mixaggio in tempo reale sui delay e sulle linee di basso, e la gestione della dinamica vocale hanno creato un flusso che oscillava tra trance collettiva e rigore millimetrico. Il live – come il disco che celebra – intreccia la tradizione napoletana, araba e mediterranea della voce di Raiz con le sonorità che hanno definito l’estetica musicale degli anni Novanta.

Be Alternative Festival 2025, Max Gazzé Calabria e Orchestra, foto di Aldo Torchia

Cambio giorno, cambia la quota demografica… e la domenica è un sold out che lascia tantissimi senza biglietto e intasa i siti di rivendita e i gruppi Facebook. All’ora del caffè, le parole di Nada riassumono perfettamente la sensazione di molti: “Ma in che posto sono???” – grida al microfono; e poi aggiunge: “La natura ti sorprende sempre”, con gli occhi riempiti dalla bellezza frastornante del Lago Cecita. Durante la sua ora di set, la cantante toscana ha trasformato il minimalismo scenico – oltre che la sua consueta esuberanza – in un punto di forza: il set chitarra e voce ha permesso di focalizzarsi sugli arrangiamenti asciutti ma potenti di brani nuovi (Un giorno da regalare, tratto dall’ultimo – valido – Nitrito, prodotto tra l’altro da John Parish) l’intensità quasi fisica dei grandi classici (Amore disperato, che ancora oggi dimostra di essere simbolo di ben più di una generazione).

Il vero fiore all’occhiello di questa edizione è però La Niña, che vi abbiamo segnalato in tempi non sospetti con il suo album-rivelazione Furésta (mai titolo fu più azzeccato per location di un concerto). La cantante napoletana è arrivata in Sila con l’energia di chi sta vivendo un’ascesa vera, senza filtri. Ha parlato tanto – forse pure troppo – tra un brano e l’altro, raccontando pezzi di vita, di Napoli, di come si possa essere “furésta” a casa propria, di quanto – in riferimento alle guerre – gli artisti siano chiamati a prendere posizione. Il pubblico l’ha seguita senza esitazioni, fra l’estasiato e l’ipnotizzato. In scaletta, Mammamà, Respira, Salomé (“ce ne abbiamo Salomé a Camigliatello?” ha scherzato con le donne in sala) e Guapparìa e Oiné hanno fatto da ponte fra l’emotivo, l’evocativo e il crudo, mentre la canzone-inno (ormai viene intonata nelle manifestazioni femministe) Figlia d’a tempesta ha chiuso un cerchio: una voce che sa di strada, di appartenenza, capace di tenere insieme l’autotune (“l’ho messo per far sembrare disumana la voce di chi abusa delle donne”) e la malinconia mediterranea (dal pubblico si è levato uno striscione sincero che recitava: “Non una di meno”).

C’è in lei qualcosa della Compagnia di Canto Popolare (d’altronde ha collaborato con Peppe Barra in ‘A Città de’sante), ma con un linguaggio tutto suo, urbano e contemporaneo. Nessun folklore di maniera: piuttosto ci vediamo una tradizione che si rinnova e si contamina, capace di parlare ai giovanissimi senza sembrare un’operazione nostalgica. È stato un concerto vivo, equilibrato, a tratti persino caotico, ma vero, e forse proprio per questo impossibile da dimenticare. Ne sentiremo parlare ancora a lungo.

Be Alternative Festival 2025 – Max Gazzè & Calabria Orchestra, foto di Aldo Torchia

Dietro le quinte, Max Gazzé si è goduto lo spettacolo fino a quando è salito sul palco affiancato dalla Calabria Orchestra, e ha offerto uno dei momenti più alti in termini di interplay. È arrivato con il tour Musica Loci (altro titolo azzeccato) e la Calabria Orchestra di Checco Pallone, trasformando il palco in un laboratorio sonoro dove i suoi successi – Vento d’estate, Cara Valentina, Ti sembra normale e i vari brani sanremesi – si sono intrecciati con melodie popolari come Riturnella e varie tarantelle. È stato chiaro fin da subito che l’operazione non era un semplice cambio di arrangiamenti, ma una fusione naturale, studiata con il gusto di chi sul palco sa divertire e divertirsi: i fiati, le percussioni, le voci dell’orchestra hanno dato ai pezzi una dimensione corale, quasi comunitaria, che sembrava nascere direttamente dal paesaggio intorno.

Il pubblico ha seguito con attenzione, oscillando tra l’entusiasmo dei ritornelli conosciuti e il costante dialogo tra epoche e luoghi diversi. Musica Loci qui ha trovato la sua forma più compiuta: un concerto che ha restituito l’idea di un Sud capace di accogliere e di trasformare, in cui il pop elegante di Gazzé diventa un pretesto per ritrovare un senso di appartenenza condivisa, fragile e potente allo stesso tempo.

Sul palco e fra il pubblico, a fine concerto, sventolavano fiere decine di bandiere palestinesi e simboli di pace. “L’Oriente – ma questa citazione del grande intellettuale palestinese Edward W. Said può tranquillamente essere estesa al Meridione – , infatti, non era per loro [gli Occidentali] un’improvvisa scoperta, un mero accidente storico, ma un mondo a est dell’Europa, il cui valore era sempre stato definito solo in relazione a quest’ultima”.

Be Alternative Festival 2025, foto di Aldo Torchia
Be Alternative Festival 2025, foto di Aldo Torchia

Gli artisti e l’organizzazione di Be Alternative 2025, annullando i confini tra concerto e paesaggio, sublimando i nostri punti cardinali, hanno fatto diventare il festival la dimostrazione che il Sud può essere un centro generativo di cultura, che esiste e resiste senza bisogno di contrapporsi, ma scegliendo di esprimersi con autenticità. In un’epoca in cui il Mezzogiorno viene ancora spesso raccontato come problema o stereotipo, il festival mostra una realtà che genera comunità, condivide bellezza, si riconosce come risorsa e come radice. Un giorno abbiamo cominciato a guardare il Sud in modo diverso… e in Sila, quest’anno, quel Sud ha dimostrato di essere pronto a guardare avanti, con più passato e molto più futuro di quanto credevamo possibile.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette