Recensioni

7.5

Il nuovo disco di Bawrut, nome d’arte di Borut Viola, è un viaggio mutaforme che parla di una libertà conquistata sul campo, umanamente e professionalmente. È un disco di una persona emigrata a Madrid che ha sublimato la mancanza per la propria terra in un ologramma a propria immagine e somiglianza che si muove dentro ma soprattutto al di fuori di una musica da club per nulla scontata. In The Middle è uno stare al centro di correnti temporali ed emotive, sapendo di aver conquistato una professionalità sul campo fatta di produzioni, collaborazioni e progetti (vedi Silencio, label, collettore di remix, tapes, produzioni, ecc.).

È l’ennesimo nuovo inizio per un quarantenne maturo nella visione e appassionato nella sostanza, un producer smarcato dai diktat della pista da ballo innamorato di una visione musicale che abbraccia il Mediterraneo per guardare oltre, all’Africa e ai Caraibi. Il viaggio parte con Sol en la Cara, con la voce sussurrata del giovane spagnolo Chico Blanco (conosciuto in precedenza per la bombetta techno Triangulo De Amor Bizzarro stampato sempre sulla londinese Ransom Note nel 2021), pezzo che riprende i crescendo dei primi Underworld, la trance (anche quella non di primo pelo), per metterci spatolate jungle e costruire un incanto fatto di pochi elementi. Il brano accende il motore a un disco che incrocia i trascorsi del Nostro su Riotmaker soltanto di striscio. Si passa quindi a de Amor de Dios a Candela, con movenze altrettanto smarcate lungo generi e timeline temporali, unendo un contagioso motivetto bleep da prima Warp agli spezzati di casa Príncipe e ai battiti di mani del flamenco.

Eurocasbah getta un ponte con un altro che quest’anno ha pubblicato un disco coraggioso e slegato dalle mode: Cosmo. Tra i due c’è più di un’affinità elettiva, in comune la voglia di vivere l’elettronica e il ballo come qualcosa che si allunga fuori dalla propria età anagrafica e dalle generazioni. In questo caso il padrone di casa fa da producer ai vocal del secondo – che scrive il testo – e si capisce come l’essenza dell’album sia un sogno italiano senza confini, come se l’Europa allargata agli Stati che si affacciano sul Mediterraneo fosse un nuovo territorio post-Erasmus da esplorare. Una grande casa che accoglie e che ci permette di ipotizzare una “disco futurista”, influenzata dal passato citato nella successiva Alfredo and Ricardo brought me here. La fonte d’ispirazione sono Ricardo Villalobos e Alfredo Florio, maestri più che assimilati e trasfigurati in un pezzo basato su schitarrate flamenco/battistiane in cui il 4/4 è un fatto secondario. 11:11 AM, altro giro di pomello con spezie che ricordano il lato più intimo del massimalismo ormai d’antan à la Rustie, Out Of The Blue riprende da un altro punto della timeline immergendo una base electro-kraftwerkiana in visioni pastorali à la Orb (Little Fluffy Clouds). Anche qui il tunnel del ritmo è imboccato per un istante. Giusto un saluto a Lil Louis e a un club che non è il vero protagonista qui, in quanto lo è il suo corrispettivo interiore. Il ballo come moto del tutto, che si ricongiunge con le origini per espandere i confini dell’immaginazione.

L’altro ospite è Liberato. JE ‘O TTENG E T’O DDÒNG è il pezzo più pop del disco, quello più vicino a proposte pop house à la Disclosure. Del resto anche qui Bawrut mette a proprio agio l’ospite suggerendo basi che più si adattano allo stile del cantante (e mettendoci sempre del suo). Crossing for a Golden Blanket, in chiusura, merita infine l’ascolto completo e apporta il sigillo cosmico a un artista ispirato, concentrato, immaginifico.

La musica da ballo non è sempre e solo cassa dritta. Per chi la ama è sentimento puro, voglia di uscire dai soliti schemi di pensiero, consapevolezza di libertà sudata e raggiunta. Una percezione che traspare nettamente in questo piccolo grande lavoro di Borut, un disco che si ascolta dall’inizio alla fine, un quadro compiuto che propone un’elettronica aperta a nuove ibridazioni e influenze. Assieme a Populous e Clap! Clap!, e ai sopracitati Liberato e Cosmo, un imprescindibile tassello di un’italianità che non conosce confini.
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