“A quarant’anni si può anche cominciare a dire qualcosa”. La nostra intervista a Bawrut
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Tony D'Onghia
- 11 Novembre 2021
L’ultima volta che Sentireascoltare ha avuto la possibilità di sedersi e fare una chiaccherata con il goriziano Borut Viola, in arte Bawrut, è stato in occasione dell’uscita di 108, album firmato Scuola Furano, la sua vecchia ragione sociale (ma mai caduta nel dimenticatoio). Di acqua da allora ne è passata sotto i ponti e con sé ha portato un cambio di vita piuttosto drastico, un trasferimento in quel di Madrid, un cambio di pseudonimo, uscite discografiche di successo, collaborazioni artistiche nonchè una inevitabile crescita personale. Di questo e di altro ancora si è parlato in questa nostra intervista, realizzata in occasione dell’uscita del suo nuovo album In The Middle.
Come hai vissuto durante questi due ultimi, distopici, anni?
Beh si pensa sempre agli altri, no? Per esempio ad amici che hanno passato i primi mesi di pandemia in appartamenti di 40 metri quadri, da soli. Almeno io l’ho vissuta in una casa relativamente grande, con la mia ragazza, con i miei cani che almeno mi hanno permesso di uscire due volte al giorno. Almeno ho respirato. Dal punto di vista professionale, da un lato è andata bene; proprio in quel periodo dovevo chiudere il disco, anche se poi la cosa è durata un altro anno. Quello che ho notato è come, da musicisti, ci siamo infilati in questo tunnel dal quale ormai è difficile uscire fuori. Abbiamo abbracciato questo modello del fare i dischi per promuovere l’attività live. Tutto bene, fino a che ci si trova a non avere più entrate. Abbiamo visto come la cultura e la musica siano importanti per la società, elevate quasi a ruolo sacro, anche se alla prima occasione siamo stati usati come agnelli sacrificali. Personalmente, ho letto tanto. È stato un periodo molto introspettivo, sono diventato molto più sensibile verso tantissime cose. Non sento la mancanza della natura, come tanti, ma ho molta più nostalgia dell’Italia. Forse anche perché scrivendo della musica ispirandomi alla cultura del Mediterraneo, avendo letto ed approfondito, mi sono accorto di come il nostro paese sia l’esempio più calzante di questa essenza.
Il tuo nuovo album mostra una grande maturazione dal punto di vista artistico, considerando i tuoi trascorsi, ma lascia ad intendere anche un processo di crescita personale. Ce ne vuoi parlare?
Venire a vivere in Spagna ha rappresentato per me la svolta, proprio da un punto di vista umano. Il cambio netto è avvenuto sul piano dello stile di vita ma soprattutto di mentalità. Ho lasciato un mondo che era diventato una camera d’eco, costantemente orientato verso il passato musicale. È normale restare affezionati a ciò che si è amato e studiato con tanta passione, ma il rovescio della medaglia è che ci si dimentica di guardare avanti, verso il futuro. E anche di come si possono migliorare anche le cose. Staccando i contatti entri in un nuovo mondo, e arrivandoci devi ricominciare da zero. Da qui è nato un brano come Chiquita, dove ho unito degli esperimenti con la 303 a sample di flamenco che stavo usando per un altro progetto legato ad una sfilata di moda. Di conseguenza, la varietà dei mie ascolti musicali ha anche aperto nuove vie alle mie produzioni. E da qui che è nata anche una nuova consapevolezza. Ho capito come sia importante essere riconoscibili per l’approccio, più che per il suono. Per il tocco e l’esperienza, più che per un particolare sound che nel giro di due o tre anni viene accantonato. Io provo a dire la mia, portando il mio in un altro modo. Che non vuole essere quello della house del 1997, o della trance a 150 bpm, ma è un mescolare le cose. Per questo motivo è nato un disco come In The Middle. La musica dance, sia house che techno, ha ormai quaranta anni. Proviamo a dire qualcosa con della musica, seppur essenzialmente strumentale, perché a quarant’anni si può anche cominciare a dire qualcosa.
Attraverso le collaborazioni e le influenze presenti nelle nuove produzioni si avverte una spiccata sensibilità mediterranea, come tu stesso hai confermato. Come è entrata a far parte del tuo bagaglio musicale?
Il flamenco qui è qualcosa che si respira. Ho cominciato a capirlo osservando chi lo suona con spontaneità, magari davanti al bar sotto casa. Una cosa ben lontana dall’immagine edulcorata che mi ero fatto. Sono rimasto rapito soprattutto dal ritmo e dalla vocalità “call and response”. Questa scoperta mi ha portato anche riflettere sulla mia identità e fatto capire che fortuna ho avuto a nascere in una zona fortemente segnata dalla mescolanza culturale. E così è sempre più cresciuta questa sensibilità verso tutto ciò che concerne la mia mediterraneità, che è poi diventata urgenza creativa. Partendo dall’idea di realizzare un album dedicato a Madrid, allargando l’idea all’intera Spagna per poi aprire al Mediterraneo. E questo è andato anche a riflettersi sulle scelte dei collaboratori.
Dicci qualcosa in più di loro…
Con Chico Blanco avevo già collaborato in passato, è un ragazzo di Granada piuttosto creativo, con un attitudine molto ibrida. Poi sono arrivati Liberato e Cosmo. Fe Samaa, la canzone cantata da Glitter, inizialmente era stata proposta dalla label a Roisin Murphy, che a causa degli impegni legati al suo ultimo album ha rinunciato. In compenso, si è concretizzata l’idea di farla cantare da una artista di lingua araba, anche per andare al di là di questa idea eurocentrica che si ha dell’area mediterranea. Si è trattato anche in questo caso di un processo di evoluzione. Una sorta di effetto “palla di neve” che ha caratterizzato tutto il progetto.
Ci racconti qualcosa in più delle circostanze nelle quali l’album è stato ideato, registrato e prodotto?
Il disco è nato dall’esigenza di mostrarmi maturo anche come produttore, a 360 gradi. È anche il risultato di otto anni di lavoro nei quali è andato tutto bene, e questo quasi non mi sembra vero, ma a seguito di questi risultati – le uscite discografiche, le serate nei club, i festival – non volevo che mi restasse appiccicata l’etichetta di produttore che fa solo pezzi da club. Anche se la componente dance non manca, come in Alfredo and Ricardo Brought Me Here, dove avevo in mente di produrre qualcosa senza la cassa ma che comunque riuscisse a far ballare la gente. O Out of the Blue, prodotta pensando in particolare al mare Mediterraneo, uno dei più inquinati al mondo, che da intermezzo diventerà un pezzo vero e proprio, più articolato, giocando sulla possibilità di variare i bpm. Anche per uscire dalla trappola della musica elettronica sempre perfettamente quantizzata e basata sul copia e incolla, ed alla quale è stato tolto qualsiasi tocco umano.
Il brano realizzato con Liberato si aggancia dunque alle tematiche dell’album…
L’idea della collaborazione con Liberato è nata durante un suo concerto romano, nel momento in cui parte una sorta di tammurriata percussiva. Mi sembrava si collegasse bene con le atmosfere dell’album al quale stavo lavorando. Dopo numerosi scambi di idee ed aver messo a fuoco il testo di Je ‘o tteng e t’o ddòng’ – che prende anche ispirazione dall’isolamento, dal senso di solitudine causato dalla pandemia e dalla nostalgia – siamo arrivati alla canzone finita. In maniera naturale, non programmata e non scontata, come invece qualcuno ha ipotizzato. Ne è venuta fuori una cosa bella, una vera collaborazione fifty-fifty.
