Recensioni

Bar Italia arrivano al terzo album in due anni e, mai come ora, fanno sul serio. Nati nell’orbita di Dean Blunt e della sua etichetta World Music, ma ormai ben oltre quel recinto, Sam Fenton, Nina Cristante e Jezmi Tarik Fehmi con Some Like It Hot mostrano una band che continua a spaziare tra temi e suggestioni, con maggiore personalità e scarto rispetto agli ingombranti modelli di riferimento.
Marble Arch apparecchia un teatrino lounge jazz, come farebbe Pete Doherty nel loro già eclettico perimetro alt-rock; il valzer di Bad Reputation prosegue lungo le stesse strade di una Londra persa nel tempo, per poi virare verso la campagna aperta, tra brani che attaccano folk e in un attimo sono di nuovo in città (Lioness). Quando invece il graffio è 100% urbano, i Sonic Youth corrono in soccorso (Cowbella), e quando le chitarre vanno in overdrive (I Make My Own Dust), lo shoegaze diventa un nuovo strumento nelle mani di questo trio, ora più ragionato e meno istintivo, figlio dei concerti e dei chilometri accumulati.
Le influenze rimangono, ma si sommano a una felice collisione tra decenni: i Cure di The Head on the Door in Fundraiser si allacciano alle chitarre nervose di Franz Ferdinand, Hives e co., anni ’80 e 2000 convivono, e Cowbella, sentitecelo, infila pure un riff molto Dandy Warhols. La produzione è rifinita, gli arrangiamenti più decisi: i brani non si nascondono più dietro l’ombra del mistero e non si accontentano di macinare noise e indie rock, Kim Gordon e Pavement (Rooster), o dell’abusato desert rock à la King Hannah (The Lady Vanishes).
La dinamica tra le voci resta il punto di forza: Cristante dà corpo emotivo, mentre Fenton e Fehmi oscillano tra distacco e confessione, con maggiore understatement e una coolness thurstonmooriana. La scrittura, poetica e visiva, gioca con osservazione, interiorità e distacco, con un pizzico d’ironia e sarcasmo, trasformando i tre in personaggi di un film, ciascuno con la propria versione della storia.
Sotto il tema ricorrente delle relazioni come sceneggiature o performance, l’io è disgregato e la realtà frammentata (“I let myself die / More than once / Borrow, stolen / Borrow, stolen from someone, anyone” da I Make My Own Dust). Emergono falsità nei rapporti di coppia, vicinanza emotiva e distacco inevitabile, spaesamento urbano, spiritualità deformata, amori tossici, simbolismo emotivo, flussi di coscienza, sparizioni e dissoluzioni (“I’m quiet and I run to the end of the end” da The Lady Vanishes).
Some Like It Hot è un mosaico che mostra una band ormai padrona dei propri linguaggi espressivi. Non è capolavoro, ma senz’altro il momento in cui i Bar Italia smettono di sembrare una promessa e diventano una certezza.
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