Recensioni

Dopo le Cibo Matto e i più recenti Italia 90, un nuovo nome si aggiunge alla lista delle band che in qualche modo rimandano al Bel paese, i bar italia (minuscolo d’obbligo). Che poi il moniker provenga in realtà dall’omonima canzone dei Pulp oppure da un locale di Soho è un dubbio che il trio composto da Nina Cristante (musicista italiana emigrata in UK), Jezmi Tarik Fehmi e Sam Fenton nemmeno si prenderebbe la briga di spiegare. Perché dannarsi tanto in preamboli quando si può dire tutto parlando il meno possibile o forse anche solamente con uno sguardo o un sorriso?
Sembra questa la domanda che il gruppo cresciuto sotto l’ala protettrice di Dean Blunt pone in ogni capitolo discografico. Mixato da Marta Salogni, il nuovo Tracey Denim non fa eccezione, suona poco meno lo-fi del precedente Bedhead – nel senso che stavolta la band si limita a non tranciare a urto le canzoni o a cantare su giri buttati al vento – mantenendo comunque ben intatta quell’estetica che ha contraddistinto il carattere enigmatico e all’apparenza occasionale del suo predecessore.
Indie pop scarno e collaterale, minimalista e volutamente imperfetto, carico di armonie riuscite eppure totalmente distaccato, e che riporta in auge un modus operandi tipicamente anni ’90 a mescolare melodie sghembe e chitarre narcotiche, trovate armoniche di scuola statunitense e spirito brit pop dei tempi andati. Elementi di cui i tre si appropriano con personalità, passando da spruzzatine di Broadcast (guard), al post-punk suonato da un Beck della prima ora (Nurse!! e yes i have eaten so many lemons yes i am so bitte), dai Cure che fanno improvvisamente capolino qua e là (Missus Morality) ai Sebadoh di Backsale riletti in chiave brit (my kiss era).
Ogni canzone è un tassello di un programma ben congegnato dal trio che forse vuole essere adorato come gli Stone Roses ma senza tenerci veramente troppo in fondo (best in show, maddington), e che poi sa giocare malinconicamente con dei Pavement in vena di cavernosità (clark e le chitarre tanto essenziali quanto da brivido di harpee sanno il fatto loro), ma anche riprendere per i capelli ricercatezze à la Blonde Redhead (NOCD). O ancora, che sa interpretare lo shoegaze a modo suo (changer), come anche trovare angolazioni nascoste all’interno di mix di Folk Implosion e i Clinic di Internal Wranglerd (punkt! e F.O.B.) ed esaltare in modo perfetto melodie semplici quanto efficaci (Friends è l’unica concessione alla vera catarsi).
Dimesso e illuminante quanto un racconto di Raymond Carver, l’album troverà sicuramente due categorie di ascoltatori tra i duri e puri dell’indie rock: quelli che ammetteranno candidamente di mandarlo in heavy rotation e quelli che invece mentiranno spudoratamente.
Amazon
