Recensioni

A sette giorni dall’uscita di A Better Tomorrow, Ghostface Killah pubblica 36 Seasons, suo undicesimo disco, a dimostrazione di come la reunion del Wu-Tang Clan fosse l’ambizione di un individuo singolo e non il segno di un nuovo affiatamento. A conferma di ciò, si leggano i featuring e le produzioni di questo disco, in cui l’apporto di un qualsiasi membro o affiliato diretto del collettivo è del tutto assente. Twelve Reasons To Die, che rimane un lavoro complesso e stratificato, era coadiuvato nella produzione da Adrian Younge e ancora nel segno del Wu-Tang, dato che la produzione esecutiva era stata affidata a RZA e, tra le firme, trovavamo Masta Killa, U-God, Inspectah Deck, Cappadonna e l’affiliato Killa Sin. Per 36 Seasons, il rapper di Staten Island abbandona anche Younge e sceglie i The Revelations, ovvero Gerrell “Rell” Gaddis (voce), Wes Mingus (chitarra), Ben Zwerin (basso), Gintas Janusonis (batteria), un complesso di revival soul-blues che, nell’aprile di quest’anno, con un album come The Cost of Living, ha confermato tanto buone capacità d’esecuzione quanto scarse abilità compositive (leggi “nostalgia per i ’60 e ’70 di cattivo gusto”).
Rell Gaddis, però, è nel giro della Roc-a-Fella di Jay-Z, mentre Tre Williams, ex-The Revelations, anch’egli tra i featuring, è in quello della Ill Will Records di Nas; gli altri sono buoni strumentisti e a Ghostface Killah non dovrebbe occorrere altro, anche perché, a sostegno dei The Revelations, accorrono Andrew Kelley, Daniel Schlett e Fizzy Womack. La produzione è per lo più suonata e soul, con i limiti e i pregi di questa scelta: il disco suona bene, gode di breaks piacevoli, l’articolazione degli scambi tra voce e beats è spesso valida, ma il pericolo, e il susseguente danno, è che i The Revelations si immischino in affari non loro (vedi It’s a Thin Line Between Love and Hate, insopportabile nei ’70 come insopportabile nei ’10, o I Love You For All Seasons, strumentale meno pessima ma ugualmente trascurabile). Ghostface sballotta l’ascolto: ora nel soul melenso, che non si accorda con ciò che di attuale c’è e può esservi, ora con una produzione puntuale, fresca, vintage-soul, con le annesse vibrazioni positive che il rapper sa dominare divincolandosi tra la batteria e il contrabbasso col ritmo che è parte del suo repertorio di trucchi vincenti (Double Cross).
Dire che poco rimanesse a Ghostface nel 2006, era semplice. A parte il Wu-Tang Clan in declino, More Fish lasciava aperta la strada al successivo The Big Doe Rehab, datato 2007, senza troppe speranze di miglioramento. A quel punto, il periodo 1996-2006 era da ritenersi archiviato. L’esordio Ironman (1996), il secondo Supreme Clientele (2000), il terzo Bulletproof Wallets (2001), il quarto The Pretty Toney Album (2004), il quinto Fishscale (2006): questa successione ha dato al rap il suo Bob Dylan.
Ghostface nel 2013, invece, riaccende il lume della ragione con Twelve Reasons To Die e, nel 2014, 36 Seasons prosegue sulla nuova rotta. A rendere questo capitolo ancor più importante, non dimentichiamolo, è la partecipazione massiva (cinque pezzi su quattordici) di AZ, mc senza paragoni che dire sottovalutato è dire male, oltre che di Kool G Rap su Loyalty e di Pharoahe Monch su Emergency Procedure. Non importa troppo allora se, per il momento, il successo del 2013 non sia stato bissato.
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